Il mondo visto dal News Feed: viviamo in una bolla?

Dopo l’inaspettata vittoria di Trump la filter bubble è diventata mainstream. L’espressione inventata nel 2011 da Eli Pariser, autore del libro The Filter Bubble, è sulla bocca di tutti e indica la preoccupazione che all’interno di un visione del mondo esterno e di una dieta informativa governata da algoritmi – qui parleremo solo di Facebook e Twitter – scompaiano del tutto opinioni e informazioni che rappresentano una visione opposta o diversa rispetto a quella di partenza.

La filter bubble, o bolla di filtraggio, potrebbe essere il nostro yes-man; la conseguenza negativa di un sistema di gerarchizzazione e di distribuzione di contenuti che obbedisce alla logica dell’accondiscendenza piuttosto che della contraddizione. Semplificando il suo funzionamento e solo per fare un esempio, Facebook e Twitter, in maniera diversa, tenderanno a mostrarci con più facilità un contenuto che proviene dalla cerchia di famigliari e amici piuttosto che messaggi e status prodotti nel contesto di una pagina pubblica commerciale. O ancora, se in passato si è interagito con un tipo di contenuto politicizzato a sinistra, l’algoritmo tenderà a mostrare maggiori contenuti di questo tipo in futuro, rafforzando l’idea che fuori e dentro il News Feed l’ideologia di sinistra sia più viva e condivisa che mai.

Con lo spauracchio della filter bubble è diventato più urgente il tema del diritto a un’informazione bilanciata anche sui social network. E probabilmente il passo successivo sarà quello di trattare la personalizzazione degli algoritmi alla stregua di qualunque politica sociale, chiedendo a FB e TW maggiore trasparenza sulle logiche di funzionamento dei loro algoritmi, in parte ancora sconosciute. Altrove però la sensazione è che si sia stata data eccessiva enfasi alla pericolosità scaturita da un sistema di conoscenza che procede attraverso il potere delle ‘cerchie sociali’. In certa misura il dibattito si è accelerato dopo la necessità di spiegare il fallimento di qualsivoglia capacità di previsione di media ed élite nella vittoria di Trump negli USA.

Se è vero che nella filter bubble di FB e TW tendiamo a entrare in contatto con contenuti che ci somigliano e che provengono da persone che sono familiari, è anche vero che è proprio dell’esperienza umana nei confronti dell’esterno procedere per affinità, per informazioni trasmesse in secondo grado, insomma per influenze, piuttosto che per grandi divergenze. Faccio per un attimo un esempio banale utilizzando il tango argentino.

Anche prima di Facebook avremmo avuto maggiori opportunità di iscriverci a un corso di tango qualora un amico ci avesse parlato in maniera positiva e in prima persona del suo corso di ballo. O ancora, guardando la politica, difficilmente, avendo idee di sinistra, ci saremmo ritrovati a discutere per caso e apertamente con un conservatore. Questo perché è probabile che come elettori di sinistra o di destra, avremmo quotidianamente messo in campo scelte di comportamento, di consumo, dai luoghi frequentati agli interessi, che ci avrebbero portato più verso un determinato tipo di ambiente piuttosto che un altro. Anzi da questo punto di vista forse abbiamo più probabilità di visualizzare un’opinione opposta navigando tra i profili degli amici invece che camminando per strada o andando al cinema.

Ciò non vuol dire che l’argomento della filter bubble non meriti una seria discussione pubblica. Soprattutto perché il grande flusso di informazioni del News Feed moltiplica l’esperienza del mondo esterno. Nonostante ciò è innegabile che nell’algoritmo di Facebook sia implicito un meccanismo di conoscenza dell’esterno che tende progressivamente ad abbandonare tutto ciò che non rispecchia pienamente interessi e curiosità pertinenti alla storia personale o ai gusti individuali e che non proviene dalla ristretta cerchia sociale di appartenenza. Certo a farlo è una macchina, ma ugualmente è l’esperienza umana che seleziona ed esclude ciò che è diverso: vi riconoscete?

Tuttavia, in attesa di un dibattito pubblico più serio, esistono strumenti tecnologici che possono aiutarci a uscire dalla filter bubble, a essere maggiormente coscienti della mole di informazioni personali che produciamo quando navighiamo su FB e TW, oppure a mettere alla prova la pericolosità di un mondo che ci somiglia più di quanto vorremmo. Tra questi, Flip Feed, un tool che consente di visualizzare un feed Twitter di visioni politiche opposte alle nostre scegliendo tra destra e sinistra. Data selfie invece è un’estensione di Chrome che mostra la tipologia e il carico di dati che forniamo a Facebook durante la nostra esperienza utente. Tutto fuori dalla bolla.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.