E se la bolla, prima che nell’algoritmo, fosse nella testa di chi legge?

E se, prima che negli algoritmi e nella rete di amicizie sui social network, la bolla fosse nella testa? Se lo sono chiesti a The Upshot, sezione data del New York Times. E usando i dati forniti da Chartbeat, azienda che si occupa di misurare le performance dei contenuti giornalistici digitali, sono arrivati ad una risposta.

Del fatto che la vita sui social network sia immersa in una sorta di bolla, legata al fatto che l’algoritmo “legge” le nostre preferenze e finisce per mostrarci in massima parte contenuti con i quali siamo d’accordo, si parla con insistenza dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza Usa. Ma se anche le piattaforme social venissero programmate per garantire la neutralità, cambierebbe poco nella “dieta” mediatica degli utenti. Perché sarebbero direttamente questi ultimi ad evitare di leggere notizie che non incontrano i loro gusti.

A questa conclusione sono arrivati Sonya Song e Jeiran Jahani, due analisti di Chartbeat. I quali, su richiesta di The Upshot, hanno condotto uno studio. Ricerca iniziata dividendo i media americani in due gruppi: uno i cui lettori hanno tendenze più conservatrici. L’altro in cui invece chi legge è più progressista. Quindi hanno preso in esame alcuni eventi dell’attualità politica americana per verificare quanti articoli le testate con diverso orientamento abbiano loro dedicato. E, soprattutto, quanto questi pezzi siano stati letti. Un esempio del risultato si può visualizzare in questa infografica:

 

Qui i fatti presi in considerazione sono l’affermazione del presidente Trump rispetto alle dimensioni della folla che ha partecipato alla cerimonia inaugurale della sua amministrazione. E le dichiarazioni di Keylanne Conway, consigliera di The Donald, rispetto al poco spazio riservato dai media al massacro di Bowling Green. Un massacro che, fortunatamente, non è mai avvenuto.

Fatti alternativi a parte, l’analisi dice sostanzialmente due cose. La prima è che le testate hanno fatto correttamente il proprio lavoro. Visto che, a prescindere dall’orientamento politico dei lettori, il numero di articoli dedicati a questi episodi sostanzialmente si equivale.

La seconda è invece la manifestazione della bolla che sta nella testa dei lettori: quelli più di sinistra hanno speso dieci volte più tempo dei conservatori nel leggere gli articoli dedicati a questi eventi. Detto altrimenti: ai Repubblicani che una delle persone più vicine al presidente abbia inventato un fatto di cronaca mai avvenuto semplicemente non è importato. O, per dirlo più correttamente, ha suscitato in loro un interesse pari al 10% di quello suscitato tra i democratici.

Secondo lo studio, una delle ragioni dietro a questi risultati può essere legata all’enfasi data a queste notizie. Ovviamente maggiore da parte delle testate di orientamento più progressista. O, ancora, nell’impegno profuso nel diffondere questi articoli sull’homepage e sui social network. Ma c’è anche una ragione definita più semplice. Ovvero che “alle persone non piace ricevere brutte notizie”. The Upshot affida a James Shepperd, professore di psicologia all’Università della Florida, il compito di spiegare che “le persone preferiscono ricevere informazioni in linea con le proprie convinzioni e il proprio orientamento e preferiscono evitare quelle che non lo sono”. Una dimostrazione di questo si ha guardando all’interesse suscitato da altre notizie:

 

Si tratta sia di questioni politiche, decisamente più “neutrali” delle due precedenti. E di notizie che con la politica non c’entrano nulla, come l’esito del Super Bowl e i Grammy Awards. In questo caso l’interesse dei lettori di diverso orientamento politico è molto più simile. Il risultato è che la filter bubble sembra avere innanzitutto origini psicologiche. E non basterà certo modificare qualche riga di codice per farla scoppiare.

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