La Bufala sulla Condivisione delle Bufale in Rete

Il dibattito, per così dire, sul pericolo delle bufale online non pare cessare tra allarmismi e proclami da parte di chi nella maggior parte dei casi ha una confidenza con la Rete tendente al nulla, per scoprire che, come nel caso della nomina di Scilipoti poi rivelatasi una [mezza] bufala, per citare l’ultima in ordine cronologico, sono spesso coloro che si ergono a custodi dell’informazione di qualità a diffondere informazioni inaccurate, per usare un eufemismo.

A leggere gli editoriali di parecchi giornali parrebbe che sin ora il fenomeno non sia mai esistito e che improvvisamente ci si sia accorti della questione tanto da spingere addirittura il presidente dell’Antitrust a parlare di allarme democrazia, allarmando in realtà chi alla libertà d’informazione ci tiene davvero con una proposta che definire sconcertante è un eufemismo, salvo poi fare parzialmente marcia indietro, per fortuna. Non a caso Margaret Sullivan, dalle colonne del Washington Post, spiega che le “fake news” hanno avuto il loro 15 minuti di celebrità e che è ora di mandare in pensione questo termine contaminato dalla sua stessa miseria.

Questione spiegata bene da Luca Sofri quando al riguardo scrive che: «Certo che le bugie ci sono sempre state: ma con “post verità” si intende non la bugia ma una condizione culturale nuova per cui la distinzione tra bugia e verità non è più rilevante, non è più un valore, non pone la verità in una condizione di forza rispetto alla bugia». Parole che ben si integrano con quanto scrive Luca De Biase sul tema: «Occorre anche migliorare l’offerta: puntando su media più trasparenti nel metodo che possano conquistare la fiducia dei lettori con la qualità dei loro risultati; sostenendo socialmente gli sforzi dei professionisti che fanno inchieste e ricerca; migliorando le piattaforme tecniche in modo che contengano strumenti di orientamento per i lettori in cerca di criteri agili per discernere l’informazione di qualità».

Sul tema l’ebook scaricabile gratuitamente, realizzato da AGI, è una risorsa interessante, come lo è naturalmente il Verification Handbook, tradotto in italiano da Andrea Coccia [che fa parte del gruppo di lavoro di Wolf],  di cui non si capisce, o forse sì, come mai – quasi – nessuno parla.

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Ma quanto è diffuso il problema delle bufale nel nostro Paese? A dare una risposta alla domanda arriva la desk research di Human Highway, il cui amministratore delegato collabora da tempo con DataMediaHub.

Partendo dalla black list di Bufale.net sono stati analizzati 129 siti di disinformazione medica, scientifica, politica, religiosa e razziale, siti di scandali e complotti.

Secondo la ricerca l’insieme dei 129 siti ha ottenuto nello scorso mese di novembre 23.7 milioni di visite, il 63.8% delle quali provenienti da un social media [nel 98% dei casi si tratta di Facebook]. A confronto con i 93 siti editoriali più popolari in Italia [le testate d’informazione responsabili, con redazione e giornalisti], il traffico Web dei siti che fanno sistematicamente disinformazione è pari a meno di un ventesimo. Le 93 testate editoriali esaminate, infatti, sviluppano nello stesso mese di novembre 569 milioni di visite da desktop e mobile sui propri siti Web. A differenza dei siti “incriminati”, la provenienza di traffico sulle testate editoriali da social è limitata complessivamente al 13.3%.

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La produzione editoriale dei 129 siti individuati da Bufale.net è stata monitorata per 18 giorni, analizzando il numero di condivisioni sui social network di ogni articolo pubblicato nelle homepage degli stessi siti dai quali emerge che la produzione editoriale nel perdiodo di osservazione è pari a 15mila articoli, ovvero 800 per giorno, e hanno sviluppato 350mila condivisioni per giorno. Nello stesso periodo i siti editoriali producono 56mila articoli che raccolgono 19 milioni di condivisioni.

Se a parità di numero di articoli prodotti, i siti che l’estensore della ricerca definisce “pernegrafici” mostrano di essere più efficaci dei siti editoriali nell’amplificazione dei loro contenuti sui social,  di fatto ogni 3.7 articoli pubblicati sulle testate editoriali di attualità ne compare uno sulle testate pernegrafiche e ogni 3.1 condivisioni sui social di articoli di testate editoriali ne viene condiviso uno pubblicato da una testata di bufale.

Insomma, in definitiva si può concludere che l’influenza dell’informazione falsa, o falsata, è una frazione di quella dei grandi newsbrand di derivazione cartacea, televisiva e online, che però di fatto hanno, da tempo, a loro volta gravi lacune di verifica e controllo, di accuratezza delle informazioni che diffondono. La bufala sulla condivisione delle bufale online.

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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