Il New York Times punta sulle affiliazioni

Il New York Times un paio di giorni fa ha annunciato l’acquisto di Wirecutter (e il suo “gemello” The Sweethome), due siti di recensioni. Recode, sempre molto informato, ha scritto che la cifra sborsata dal Nyt supera i 30 milioni di dollari, un somma decisamente considerevole (e sicuramente la più sostanziosa di quelle recenti fatti su Blendle e theSkimm) per due siti che fanno che a prima vista sembrano non avere molto a che fare con lo stile giornalistico del Times.

Wirecutter è un sito dall’aspetto minimale (la testata piccola in alto, una colonna grande centrale e una laterale a destra), non certo particolarmente accattivante ma evidentemente molto funzionale perché i suoi lettori non sono attratti dall’aspetto ma dai contenuti che sono fatti esclusivamente di recensioni di prodotti e gadget elettronici.

Una cosa che colpisce però del sito è che queste recensioni sono estremamente dettagliate e accurate. Ad esempio: l’articolo che, al momento nel quale scrivo, è in evidenza nella home è una recensione sui migliori mouse wireless sul mercato, è lungo 40mila battute (un vero e proprio reportage) e nel sommario viene dichiarato che sono state spese oltre cento ore nei test, provati 30 prodotti e ascoltati numerosi esperti.

Ci sono grafici e dati originali (non scaricati dalle brochure di presentazione), si spiega al lettore, non necessariamente un esperto o uno smanettone, prima ancora di testare i prodotti quali sono le caratteristiche che fanno di un mouse un buon mouse. Tutti gli articoli sono pensati e realizzati per rispondere a una precisa domanda: “qual è il miglior prodotto sul mercato?”. Il sito quindi ha come obiettivo di rispondere a una precisa esigenza del lettore (devo acquistare un prodotto elettronico qual è il migliore?) e di farlo nel modo più accurato e approfondito possibile spiegando anche a un non adetto ai lavori perché della propria scelta (rispondere a una precisa esigenza del lettore e farlo bene e in maniere accurata portando numeri e fatti è comunque una buona cosa per il giornalismo, di qualunque cosa ci occupiamo).

Wirecutter non ha praticamente pubblicità il suo sistema di business – e qui veniamo alla cosa più interessante – è basato esclusivamente sulle affiliazioni: cioè le cifre guadagnate offrendo collegamenti diretti con i siti di ecommerce (in questo caso soprattutto Amazon) in cambio di una quota sulle vendite finali [qui comunque un’ottima guida realizzata da Alberto Puliafito per capire meglio cosa sono i programmi di affiliazione].

Secondo Bloomberg il sito, che pubblica un numero relativamente limitato di articoli (2/3 la settimana) lo scorso anno ha generato acquisti per circa 150 milioni di dollari. Di questa cifra a Wirecutter va una piccola percentuale che – secondo Fortune – è compresa in un range dal 4 all’8% (quindi facendo due conti una cifra compresa tra i 6 e i 12 milioni).

Niente affatto male per un piccolo sito fondato da un ex giornalista di Gizmodo ma probabilmente non una cifra tale da giustificare un investimento così alto da parte del Nyt. Le affiliazioni sono però un sistema di remunerazione che ai giornali interessa sempre di più, in cerca di alternative alla pubblicità classica.

È interessante notare come in un momento nel quale molto si parla di native advertising, cioè di articoli sponsorizzati da brand che solitamente non parlano direttamente di prodotti (per non assomigliare troppo a delle pubblicità) stia emergendo un modello di business basato su articoli che invece pur non essendo pagati da sponsor (non direttamente almeno) parlano specificatamente di prodotti (e quindi potrebbero assomigliare molto a delle pubblicità). Ovviamente la differenza in questi casi la fa sempre la trasparenza e l’accuratezza nel quale questi articoli sono fatti e quanto i lettori abbiano realmente fiducia nell’operato di chi le realizza.

Una cosa da notare è che il comunicato del Times insiste molto sul modello di business che Wirecutter sembra essere così bravo a realizzare, ma anche sulla natura giornalistica dell’operazione:
«We’re very excited about this acquisition on two fronts. It’s an impressively run business with a very attractive revenue model and its success is built on the foundation of great, rigorously reported service journalism»  si legge nella dichiarazione dell’amministratore delegato del Nyt, evidentemente preoccupato da una parte che l’operazione (e soprattutto i suoi sviluppi all’interno della testata) possa minare l’autorevolezza del giornale. Di certo però dal comunicato emerge chiaramente come il sistema di business testato, seppur in piccolo, da Wirecutter, sarà sviluppato per gli altri siti verticali del Times.

nytwirecutter

Lelio Simi

giornalista, content curator at DataMediaHub
Si è formato nella carta stampata [Mattina Toscana - l'Unità] dove è diventato giornalista professionista. Dal 2001 inizia a occuparsi di informazione sul web in una delle prime digital media italiane [Wayin]. Da diversi anni svolge l'attività di freelance occupandosi prevalentemente (sia nella stampa tradizionale che in quella online) dei temi legati all'innovazione, all'economia al sociale e alle nuove tecnologie. Di strategie e marketing editoriale scrive su pagina99. Come consulente da anni si occupa di progettare e gestire strumenti e contenuti per la comunicazione corporate. Ha tenuto per quattro anni un blog personale "Senzamegafono".

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