Giornali e lettori

«Ma i giornalisti italiani sono troppo di sinistra?» si chiedono Luigi Curini e Sergio Splendore in un articolo molto interessante pubblicato da lavoce.info dopo aver analizzato e incrociato i dati relativi al posizionamento politico dei giornalisti italiani raccolti durante The Worlds of Journalism Study e i sondaggi fatti da Eurobarometro. Il risultato è questo grafico, che sì ci dice che effettivamente che «la distribuzione ideologica dei giornalisti italiani appare marcatamente posizionata più a sinistra rispetto a quella degli italiani in generale».

Deriva quindi da questa distanza la sfiducia sempre più marcata tra lettori e giornali italiani? La media del livello di fiducia verso la stampa è stata complessivamente del 43%, quattro punti in meno del dato europeo nello stesso periodo, ricordano i due autori citando ancora la ricerca di Eurobarometro. Ovviamente sì, il fattore ideologico conta e molto, ma l’analisi fatta nell’articolo è molto interessante – ed è per questo che consiglio di leggerlo per intero – perché non si ferma a questo ma cerca di porsi altre domande per sciogliere qualche nodo importante.

Qui però segnalo brevemente, perché mi sembra particolarmente interessante, un aspetto che viene messo in evidenza a conclusione del pezzo e che, in qualche modo cambia la prospettiva della domanda iniziale. Già perché se si prende in considerazione non la totalità ma solo la fascia dei lettori più assidui dei giornali (la fonte è sempre Eurobarometro) si scopre che sono loro «quelli che hanno una posizione ideologica in media più prossima ai giornalisti. Il che potrebbe condurre a un circolo che si auto-riproduce e si auto-rinforza: ovvero lo iato ideologico con gli italiani in senso lato (e la conseguente crisi di fiducia) non risulta alla fin fine davvero rilevante per il mondo editoriale, perché dopotutto chi legge (e compra) i giornali ha la stessa visione del mondo che ha chi ci scrive».

Quel circolo che si auto-riproduce e si auto-alimenta è un aspetto molto interessante e che conosciamo perché se ne parla molto, ad esempio, anche per quanto riguarda i social media, dove le persone tendono a seguire e a “chiudersi” in gruppi che esprimono opinioni molto simili, se non assolutamente identiche, alle loro. E questo avviene al di là delle semplici collocazioni in categorie come “destra” e “sinistra”. Ma è bene ricordarsi che anche i media tradizionali stanno inseguendo sempre più questa logica. E in particolare nell’epoca della post-verità il rischio è che il fascino dei fatti raccontanti portando dati e analisi approfondite venga sostituito dall’opinionismo e dal racconto di una “realtà” che vogliamo sentirci raccontare.

Lelio Simi

giornalista, content curator at DataMediaHub
Si è formato nella carta stampata [Mattina Toscana - l'Unità] dove è diventato giornalista professionista. Dal 2001 inizia a occuparsi di informazione sul web in una delle prime digital media italiane [Wayin]. Da diversi anni svolge l'attività di freelance occupandosi prevalentemente (sia nella stampa tradizionale che in quella online) dei temi legati all'innovazione, all'economia al sociale e alle nuove tecnologie. Di strategie e marketing editoriale scrive su pagina99. Come consulente da anni si occupa di progettare e gestire strumenti e contenuti per la comunicazione corporate. Ha tenuto per quattro anni un blog personale "Senzamegafono".

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