La trasparenza dell’archivio

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“La trasparenza è la nuova obiettività” è una frase di David Weinberger che il co-autore del Cultrain Manifesto ha scritto, ormai parecchi anni fa, pensando alle grandi trasformazioni e le conseguenti sfide che anche il giornalismo doveva affrontare nell'epoca post-digitale.

«All’estremo limite della conoscenza — nell’analisi e nella contestualizzazione che oggi i giornalisti ci dicono essere il loro valore concreto — noi vogliamo, necessitiamo, possiamo avere e pretendiamo trasparenza», scriveva nel 2009 Weinberger aggiungendo «L'obiettività senza trasparenza sarà sempre più simile all'arroganza. Oltre che stolto. Perché mai dovremmo fidarci di ciò che una persona – con le migliori intenzioni – afferma semplicemente essere vero invece che fornirci una rete di prove, idee e argomenti di discussione?».

Quanto ancora, a parecchi anni da quando Weinberger ha scritto quelle frasi , il giornalismo è “arrogante” oltre che “stolto”? Parecchio probabilmente, eppure sempre meno può permetterselo in un epoca nella quale, è ormai evidente a tutti, in iternet vige un duopolio e gli attori di quel duopolio, Facebook e Google sono ormai diventati degli editori a tutti gli effetti.

Quello che scriveva Weisberger sette anni fa è oggi, mi sembra, perfetto per capire l'importanza di un'iniziativa come quella che il Washington Post ha realizzato qualche giorno fa pubblicando gran parte del materiale utilizzato, tra cui la trascrizione di circa 20 ore complessive di interviste, per scrivere la Trump Revelated una lunga fondamentale biografia-reportage sul candidato repubblicano alle prossime presidenziali americane.

Il risutato è ‘Trump Revealed’: The reporting archive ovvero come si legge nell'introduzione all'archivio (perché in effetti di archivio alla fine si tratta): «397 documenti, che comprendono migliaia di pagine di trascrizioni di interviste, documentazione processuali, rapporti finanziari e altro materiale. Interviste "off the record" sono state rimosse, così come tutto il materiale del quale il "Post" non aveva i diritti di pubblicazione. L'archivio è consultabile e navigabile in diversi modi. È stato concepito come una risorsa per altri giornalisti e un tesoro da esplorare per i nostri numerosi lettori affascinati da documenti originali».

Qualche considerazione al volo:

  1. Occorre rivelare molto di più che non il prodotto finito (ovvero: quello scritto nell'articolo) è anche questa un'idea, un concetto di cui si parla da molto, almeno tra addetti ai lavori, ma poco si applica perché liberarsi da una cultura professionale molto legata a un giornalismo articolo-centrico (nel senso che tutto inizia e finisce con la pubblicazione dell'articolo) è difficile. Ma ancora poco, troppo poco quella cultura professionale è legata alle relazioni che quell'articolo (quel prodotto finito) può generare con i lettori o con gli altri giornalisti. Leggo da un bell'articolo (anche questo “vecchio” del 2009 ma ancora attuale e assolutamente da ri-leggere) di Bernardo Parrella questa splendida citazione «se il contenuto è re e la collaborazione regina, la trasparenza è la scacchiera stessa»
  2. A proposito di collaborazione “regina”, può sicuramente sorprende la frase scritta nell'introduzione del progetto «È stato concepito come una risorsa per altri giornalisti», e in effetti ci sono stati già dei reporter che dell'archivio hanno fatto una fonte per tirar fuori ulteriore materiale da approfondire, per connettere i punti come base per futuri reportage, come si può capire da questo tweet della reporter Christina Wilkie dell'Huffington Post. Quindi quelli del Washington Post si stanno dando la zappa sui piedi, sono dei pazzi che favoriscono la concorrenza? O invece (visto che dei pazzi non sono) hanno capito che quell'enorme mole di materiale non avrebbero mai potuto comunque “lavorarla” e che sì, magari qualcuno ci farà un reportage su un'altra testata, ma alla fine quel lavoro potrà essere utilizzato, ripreso, aggiornato dallo stesso Post facendo ritornare il valore di quello che ha messo in rete.
  3. Il progetto, come detto, è prima di tutto un archivio, perché sì i giornali devono pensarsi sempre più anche come archivi. Recentemente a un datasbase è stato dato il premio Pulitzer, per dire. Ma più in generale la quantità enorme di dati e informazioni che si stratifica giorno dopo giorno, anno dopo anno, in un giornale (e che non tutto può essere pubblicato nella forma di articolo) deve essere sempre più pensata come risorsa (anche economica), rendendo quel materiale navigabile e facilmente leggibile. In fondo i motori di ricerca non sono serviti a navigare e rendere fruibile quell'enorme archivio che è internet? Qualcuno nei pressi di Mountain View in quel modo, circola voce, ci abbia fatto anche un po' di soldi.
[per approfondire The Donald, documented: The Washington Post open-sources much of its Trump reporting]

la_trasparenza_dell_archivio

Lelio Simi

giornalista, content curator at DataMediaHub
Si è formato nella carta stampata [Mattina Toscana - l'Unità] dove è diventato giornalista professionista. Dal 2001 inizia a occuparsi di informazione sul web in una delle prime digital media italiane [Wayin]. Da diversi anni svolge l'attività di freelance occupandosi prevalentemente (sia nella stampa tradizionale che in quella online) dei temi legati all'innovazione, all'economia al sociale e alle nuove tecnologie. Di strategie e marketing editoriale scrive su pagina99. Come consulente da anni si occupa di progettare e gestire strumenti e contenuti per la comunicazione corporate. Ha tenuto per quattro anni un blog personale "Senzamegafono".
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Si è formato nella carta stampata [Mattina Toscana - l'Unità] dove è diventato giornalista professionista. Dal 2001 inizia a occuparsi di informazione sul web in una delle prime digital media italiane [Wayin]. Da diversi anni svolge l'attività di freelance occupandosi prevalentemente (sia nella stampa tradizionale che in quella online) dei temi legati all'innovazione, all'economia al sociale e alle nuove tecnologie. Di strategie e marketing editoriale scrive su pagina99. Come consulente da anni si occupa di progettare e gestire strumenti e contenuti per la comunicazione corporate. Ha tenuto per quattro anni un blog personale "Senzamegafono".

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