Facebook & Newsbrand

Frederic Filloux scrive del News Publishers’ Facebook Problem evidenziando fondamentalmente come la relazione tra il social più popoloso del pianeta ed i publisher sia il risultato di un incredibile incomprensione sulla natura del social netwok che agisce come filtro e distrugge i newsbrand prevedendo che di questo passo Facebook “si mangerà l’informazione”.

Concetti che, senza nulla togliere all’ottimo e sempre interessante Filloux, avevo espresso sia a commento del The Reuters Institute Digital News Report 2016 [che infatti anche Filloux cita] che in riferimento all’impatto dei cambiamenti dell’algoritmo di Facebook. Aspetti peraltro emersi anche dalla recente ricerca “Digital News in a Distributed Environment”.

Ad abundantiam, e Marketer pubblica i dati sugli investimenti mondiali in social ads, oltre due terzi dei quali sono appannaggio del solo Facebook come mostra il grafico di sintesi sottostante. Una chiara minaccia ai già traballanti conti degli editori, in particolare riferimento ai giornali locali, ma non solo ovviamente, come constata indirettamente anche Sassoli de Bianchi, presidente Upa.

Ads Social

Risponde, diciamo, a distanza Denise Law, Community Editor de The Economist, che racconta le 8 lezioni imparate in un’anno di attività nel ruolo:

  1. Identificare i problemi e costruire una strategia che li risolve
  2. Conoscere il proprio target di riferimento e personalizzare il prodotto a loro
  3. Utilizzare i dati per confermare, o negare le ipotesi.
  4. Sperimentare, misurare e imparare
  5. Abbattere i muri tra i reparti
  6. Scegliere sempre la qualità alla quantità
  7. Fare le cose mostrando le persone, il lato umano
  8. Coinvolgere i giornalisti nel flusso di lavoro

Del ruolo e senso da dare ai social per i publisher ho scritto a fine febbraio di quest’anno e le considerazioni espresse restano assolutamente vere e valide e, a mio modo di vedere evidentemente,  i criteri succitati così ben espressi dalla Law confermano fondamentalmente una cosa: il problema di Facebook, e degli altri social, non è l’algoritmo. Il problema è che nel social media marketing la parola chiave che fa la differenza è il termine Marketing e su questo, anche, i newsbrand hanno molto da imparare ancora.

L’engagement, apoteosi orgasmica del social media marketing, resta una vanity metric se limitata ad un numerino da inserire nei report per riunioni tanto frequenti quanto prive di significato e valore. L’engagement ha senso se viene sistematizzato come pratica il cui scopo e quello di approfondire la relazione con le persone così da poterle servire, nel senso positivo del termine, al meglio. L’engagement ha senso se, come dovrebbe essere, i numeri si trasformano in comprensione di fenomeni, di tendenze, di evoluzioni sulle quali costruire il proprio rapporto con il pubblico di riferimento, con le persone, come provavo a spiegare durante un workshop sul tema.

Old Vs New Model

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