La verità come modello di business

«Does the truth matter any more?» chiede la direttrice del Guardian Katharine Viner a un certo punto del suo editoriale pubblicato qualche giorno fa: ha ancora importanza la verità? Quanto ancora è una questione centrale nella nostra narrazione del mondo? L’articolo della Viner è una lunga (5.700 parole) e interessantissima riflessione (anche) su questi aspetti, in un contesto completamente cambiato e in trasformazione, dove i «social media hanno inghiottito la notizia».

Come al solito consiglio, se non lo avete già fatto, di leggere l’articolo per intero, qui mi limito a mettere in evidenza alcuni punti che mi hanno particolarmente colpito e sui quali a mio giudizio ha valore sottolineare per fare ulteriori riflessioni.

Quanto interessa la verità ai giornalisti? C’è stato in questi ultimi tempi (anni, mesi?, non saprei dire) un cambiamento strisciante e silenzio nell’atteggiamento di chi, colto a raccontare balle non tanto per errore (può capitare a tutti) ma per trascuratezza quasi che farlo, diffondere notizie false perché non si sono applicate le regole basilari della professione, non fosse più una colpa così grave, qualcosa di cui vergognarsi. Un presunto “scandalo” che ha coinvolto l’ormai ex primo ministro Cameron si è rivelato una bufala clamorosa, la giornalista che lo ha diffuso senza preoccuparsi di verificare la fonte viene “sgamata” ma in fondo non sembra preoccuparsene più di tanto, scrive la Viner: «una difesa insolitamente sfacciata. Sembrava che ai giornalisti non sia più richiesto credere che le loro storie siano vere o meno, o che debbano preoccuparsi di fornire delle prove».

Da noi, ce ne ricordiamo ancora bene, un caso simile è avvenuto quando è stato diffuso dal sito dell’Unità un video nel quale l’allora candidata a sindaco di Roma Virginia Raggi veniva scambiata per una ragazza in una manifestazione a sostegno di Berlusconi. Non era lei ma una volta scoperto lo sbaglio la il direttore dell’Unità che lo aveva diffuso non ha sentito l’esigenza di scusarsi, la sua teoria più o meno è stata questa: in fondo è così che funziona butti in linea qualcosa senza verificarlo e intanto fai traffico, che male c’è? (qui potete leggerne di più)

E non è raro, di fronte a clickbait di una sfacciataggine mostruosa, che ci si senta dire qualcosa del tipo: si certo, intanto però quel pezzo oggi è stato quello che ha ottenuto più traffico sul sito. Come dire «il fine giustifica i mezzi e il fine è sempre qualcosa legato unicamente alla quantità mai alla qualità (e se pensi il contrario sei solo un povero ingenuo)».

Non è un cambiamento da poco, perché se è vero, come la stessa Viner sottolinea, che i giornali di balle ne hanno sparate volutamente anche in passato, è anche vero che una volta scoperti si dovevano comunque giustificare, provare un certo imbarazzo almeno di facciata. È ancora così? Oppure davvero oggi possiamo pensare che veramente il “nuovo ecosistema” dei media oggi possa giustificare comportamenti eticamente e professionalmente totalmente scorretti? E veramente su questo possiamo dare tutta la colpa alla tecnologia e non invece sempre e comunque a nostre scelte personali?

Quanto interessa la verità ai lettori? C’è un altro passaggio che voglio sottolineare dell’editoriale della Viner «Quando un dato di fatto comincia ad assomigliare a ciò che sentiamo possa essere vero, diventa molto difficile per chiunque poi distinguere la differenza tra fatti che sono veri e “fatti” che non lo sono». Faccio un esempio recente: vi ricordate la lettura ripresa da molti giornali dopo il voto sul Brexit “la vecchia generazione ha deciso su quella dei giovani”? Bene tutto la questione è poi risultata molto superficiale perché prendeva in considerazione dei dati (la percentuale per fascia d’età dei “leave” e dei “remain”) ma non li confrontava con altri, ad esempio l’affluenza al voto per quelle stesse fasce d’età. Insomma una bufala.

Ma era una lettura della realtà “bella” (e semplice) da raccontare e chi l’ha pubblicata sapeva bene che confezionata così sarebbe piaciuta ai propri lettori. E a molti lettori (certo non a tutti) sicuramente è piaciuto crederci, anche se bastava farsi un paio di semplici domande per capire che qualcosa non tornava. Ma in un momento nel quale siamo particolarmente portati sempre più a seguire persone e fonti che sostanzialmente ci confermino che la nostra visione del mondo è quella giusta che ruolo devono avere i giornali? Quanto e come dovrebbero invece scardinare questa tendenza invece che semplicemente assecondarla?

Perché alla fine scrive ancora la Viner «la sfida per il giornalismo oggi non è semplicemente l’innovazione tecnologica o la creazione di nuovi modelli di business. È quella di stabilire quale ruolo le organizzazioni giornalistiche devono giocare ancora nel dibattito pubblico che è diventato incredibilmente frammentato e radicalmente destabilizzato». Personalmente estenderei queste domande singolarmente anche a chi fa oggi una qualsiasi professione legata all’informazione. Che sia giornalista o comunicatore, che racconti fatti di cronaca o costruisca storytelling aziendale. E quanto sul valore del raccontare la verità (o nel tentarci con tutti i mezzi e le nostre capacità) sì è disposti a derogare o meno in nome di un qualche “modello di business” la cui efficienza è ancora tutta da dimostrare.

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Lelio Simi

giornalista, content curator at DataMediaHub
Si è formato nella carta stampata [Mattina Toscana - l'Unità] dove è diventato giornalista professionista. Dal 2001 inizia a occuparsi di informazione sul web in una delle prime digital media italiane [Wayin]. Da diversi anni svolge l'attività di freelance occupandosi prevalentemente (sia nella stampa tradizionale che in quella online) dei temi legati all'innovazione, all'economia al sociale e alle nuove tecnologie. Di strategie e marketing editoriale scrive su pagina99. Come consulente da anni si occupa di progettare e gestire strumenti e contenuti per la comunicazione corporate. Ha tenuto per quattro anni un blog personale "Senzamegafono".

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