Una questione di fiducia

È più credibile una storia letta sul sito del New Yorker o su quello di BuzzFeed? Cosa può fare una testata giornalistica per conquistare la fiducia dei lettori online più diffidenti? Una ricerca svolta dalla Columbia Journalism Review ha messo a confronto due “brand” giornalistici per molti versi agli antipodi – un’istituzione come il New Yorker e i ragazzi terribili di BuzzFeed, appunto – per farlo è stato preso un unico lungo reportage (in realtà né dell’una né dell’altra testata ma di una terza rivista Mother Jones) inserito nell’impaginazione dei siti dei due giornali come se fosse stato pubblicato da loro e poi sono state studiate le reazioni di un campione di persone che durante la navigazione si sono trovate a leggerlo.

Il “duello” tra le due testate ha un esito apparentemente scontato, perché in effetti alla fine risulta più credibile il New Yorker ma i risultati della ricerca sono da leggere con attenzione perché in realtà raccontano molte cose interessanti su come e quanto ormai sono cambiate molte abitudini di lettura e come sia molto difficile, in generale, per un giornale affermare il proprio brand (molti lettori nemmeno avevano fatto caso alla testata del reportage che stavano leggendo).

Quello su cui però voglio soffermarmi qui non è la ricerca in sé (lo ripeto leggetela ne vale la pena) ma alcune considerazioni generali che i ricercatori fanno proprio alla fine del pezzo. La prima, non per niente scontata, è che «Forse l’aspetto più importante che emerge dal nostro studio non è il fatto che la maggior parte dei lettori giudichino il New Yorker più credibile, ma il fatto che il peso dell’affidabilità di un sito web che ha dieci anni di vita e che solo da tre ha attivato un’unità di giornalismo investigativo arrivi ad essere così vicino a quello di una rivista di 91 anni con una storia di enorme prestigio». È un dato che secondo i ricercatori prova che «contestualmente all’ascesa inesorabile del consumo di notizie digitali qualsiasi divario di credibilità tra giornali online e di carta sta per finire».

È un aspetto interessante, da una parte ci dice che BuzzFeed, così come altri nuovi protagonisti del giornalismo online come ad esempio Vice, possono far convivere più “anime” al loro interno, non solo listicle o goliardia ma anche approfondimenti caratterizzati da un linguaggio nuovo che cattura un pubblico al quale i “vecchi” giornali non riescono a parlare.  Dall’altra parte c’è comunque da chiedersi seriamente perché la rivista più bella del mondo con un processo di controllo di qualità elevatissimo su ogni singolo articolo pubblicato fatichi comunque ad elevarsi nettamente al di sopra dalla media nella credibilità percepita dai lettori.

E quindi veniamo al secondo aspetto sul quale si soffermano i ricercatori, cosa possono fare concretamente le testate per aumentare la fiducia dei lettori nei loro confronti? Qualche suggerimento veloce ma che trovo molto interessante. Nella ricerca è stato notato come, in realtà, molti lettori siano propensi a prendere nota di alcuni aspetti degli articoli che ne aumentano la credibilità ai loro occhi.

Un lettore che decide di spendere tempo su un reportage ha quindi bisogno di sapere anche che tipo di lavoro è stato fatto per realizzare quel reportage. Per questo un’idea, suggerisce la Columbia Journalism Review, potrebbe essere quelle di trovare forme nelle quali possano essere date informazioni su aspetti importanti riguardanti la qualità del lavoro svolto come le credenziali dell’autore del pezzo, quella delle fonti utilizzate, oppure su come e quanto intensamente è stato condotto il processo di fact-checking per realizzare un articolo.

Non sono aspetti secondari, anzi, direi che riuscire a dare in maniera semplice tutti gli elementi essenziali per far comprendere al lettore come un reportage è stato condotto (il tempo che ha richiesto, quante fonti sono state consultate, o perché no?, quanto mediamente quel giornale paga i reporter freelance) sia oggi un ottimo modo per dare elementi che possono aumentare la fiducia del proprio pubblico verso quelle testate che ancora puntano sulla qualità, un modo insomma per diversificarsi dal giornalismo “clicca e fuggi”.

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Lelio Simi

giornalista, content curator at DataMediaHub
Si è formato nella carta stampata [Mattina Toscana - l'Unità] dove è diventato giornalista professionista. Dal 2001 inizia a occuparsi di informazione sul web in una delle prime digital media italiane [Wayin]. Da diversi anni svolge l'attività di freelance occupandosi prevalentemente (sia nella stampa tradizionale che in quella online) dei temi legati all'innovazione, all'economia al sociale e alle nuove tecnologie. Di strategie e marketing editoriale scrive su pagina99. Come consulente da anni si occupa di progettare e gestire strumenti e contenuti per la comunicazione corporate. Ha tenuto per quattro anni un blog personale "Senzamegafono".

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