L’Informazione è Unbranded & Social

Come avevamo anticipato ieri, è stato pubblicato The Reuters Institute Digital News Report 2016, rapporto a cadenza annuale che fotografa molto meglio di altri lo stato dell’ex industria dell’informazione.

Il rapporto conferma le tendenze ed i fenomeni in corso e, ahimè, per i publisher non ci sono buone notizie. Come d’abitudine non posso che consigliare la lettura integrale del report al di là della mia personale sintesi e interpretazione con focus sull’Italia.

Delle 26 nazioni prese in considerazione dallo studio il nostro Paese [esclusi Corea e Giappone] è quello con la minor incidenza di accesso diretto ai siti web dei newsbrand e di riflesso con la maggior incidenza di search e social come “starting point” per l’accesso all’informazione. 

È evidente che questo implica una “commodizzazione” dell’informazione e dunque una scarsa propensione a riconoscere valore, anche in termini concreti di effettiva propensione al pagamento delle notizie, come vedremo più avanti, assolutamente risibile. Senza [news]brand non c’è valore aggiunto.

Si tratta del frutto di una politica scellerata che ha visto negli anni da un lato una crescente distonia tra i diversi formati dei quotidiani e, dall’altro lato, un uso dei social come piattaforme di distribuzione, come discarica di link.

Starting Point News

Il rapporto del Reuters Institute for Journalism indica con chiarezza che i social, così come sin qui utilizzati evidentemente, non sono veicolo di brand awareness con la Germania unica nazione tra quelle prese in esame a superare il 50% di riconoscibilità del brand quando si clicca su un link e/o si legge una notizia da/sui social.

Lo si desume anche dalla scheda specificatamente dedicata al nostro Paese che evidenzia come anche tra i newsbrand che le persone dichiarano di aver utilizzato nella settimana precedente l’incidenza di coloro che sono fedeli ad una testata ha un’incidenza assolutamente marginale, come mostra il grafico sottostante.

Newsbrand last week

Sempre in specifico riferimento al nostro Paese, si evidenzia come il livello di fiducia sia tra i più bassi tra le nazioni prese in considerazione dal rapporto si per quanto riguarda le singole testate [18esimi su 26] che ancor più nei giornalisti che godono della fiducia di un terzo della popolazione online.

Come anticipato questo si riflette inevitabilmente sul pagamento dell’informazione online/digitale che al di là delle dichiarazioni d’intenti viene concretamente effettuato solo da parte di una sparuta minoranza: il 4%.

Trust social & business

Come emergeva già dal rap­porto AGCOM su “Infor­ma­zione e Inter­net in Ita­lia. Modelli di busi­ness, con­sumi, pro­fes­sioni”, viene smentita l’ipotesi che online le persone cerchino notizie leggere e che queste siano catalizzatori d’interesse più di altri temi.

Infatti, le “soft news” sono di maggior interesse rispetto alle “hard news” solamente per un quinto delle persone. Insomma, quanto implementato sin ora dalla pressoché totalità delle testate fa acqua da tutte le parti ed alcune pericolose derive, quale, una per tutte, la decisione di aderire ad Instant Articles da parte di alcune testate in questa situazione non fa che peggiorare ulteriormente la già precaria situazione.

Soft Vs hard News

Lo slidedeck sotto riporta i principali grafici del rapporto consentendo di farsi una buona panoramica a colpo d’occhio sullo scenario internazionale ma, sorry, insisto affinchè vi prendiate il tempo di leggere integralmente il report. Buon lavoro, ne abbiamo davvero bisogno.

Social

8 thoughts on “L’Informazione è Unbranded & Social

  1. Bellissimo spunto, Pierluca. Premesso che devo ancora leggere tutto il rapporto (lo farò perché ho gli stessi problemi e sto cercando di porvi rimedio), mi vengono due considerazioni:

    1) mi pare che si incentri la responsabilità solo sulle testate che non riescono a fidelizzare, puntando più sul mordi e fuggi, sulla notizia soft più che su quella hard. Mi viene da dire, tuttavia, che sia un problema delle testate generaliste. Quando hai troppa carne al fuoco, copri sicuramente un pubblico molto ampio (fai numeri) ma non lo fidelizzi e, quindi, punti sul turnover.

    2) credo ci sia un problema di comportamento di consumo dei lettori. Vedo generalmente una tendenza alla ricerca della informazione gratuita. Appena si vede un paywall o una richiesta di sottoscrizione, si continua la ricerca (anche diversificata su più siti) pur di non pagare il contenuto. La mentalità del “tutto deve essere gratis perché è web.

    In sintesi ritengo che sì ci siano delle responsabilità oggettive delle testate ma, dall’altro, che vi sia una peculiarità dell’utente/lettore italiano rispetto ad altri paesi.

    Infine esiste un problema di break-even. Non potendo generalmente contare su pagamenti delle notizie, le testate puntano ai grandi numeri per monetizzare dalla pubblicità. Per poterlo fare devono creare contenuti “click bite” e poco importa se generano un bounce rate del 90%. Questo ovviamente incide sulla reputazione del brand che non fidelizzerà mai.

    Come arginare questo ? Io personalmente sto notando che se si coltiva la relazione al di fuori dei social (es. newsletter) il numero di accessi diretti tende a crescere. Come monetizzarli? su questa sto provando diverse strade e ancora non riesco ad individuare quella migliore. Motivo per cui leggerò il rapporto… sento di essere sulla strada giusta 🙂

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