Tra Apple e FBI è soprattutto una battaglia di posizionamento

Terrorismo + ingelligence + brand planetario + intrigo informatico.

Sembra la ricetta di una nuova serie tv e invece è la trama che va profilandosi su un tema di assoluta rilevanza, ossia la strage di San Berardino e le implicazioni della tecnologia nelle indagini in corso. Senza entrare nel merito né del fatto di cronaca, né negli schieramenti pro-contro l’hacking di un dispositivo per finalità di pubblica sicurezza, voglio fare con te una riflessione.

Ricapitolando rapidamente per chi [sicuramente pochi] non abbia appreso la vicenda… Il 2 dicembre 2015 all’Inland Regional Center di San Berardino, centro per disabili, c’è stata una sparatoria che ha prodotto 14 vittime e 23 feriti. L’autore di questa sparatoria sembra sia implicato in trame terroristiche e per questo l’ingellicence, nello specifico l’FBI, si è prodigata in tutta una serie di analisi che non prescindono dallo spulciare i trascorsi digitali dei soggetti in causa.

L’intoppo si crea nel momento in cui l’FBI ritiene di dover accedere (a torto o ragione) all’iPhone dell’autore della strage, incontrando il diniego di Apple. E’ qui che inizia quella che, in termini di marketing, potremo considerare una partita a scacchi sul terreno del posizionamento.

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L’Apple, e tutti i prodotti di casa, fanno del proprio valore aggiunto (al di là di tutte i vantaggi tecnologici che comportano) sicuramente l’inviolabilità del sistema di sicurezza. Non ti riuscirà difficile leggere in rete commenti di persone che ne osannano l’impenetrabilità a dispetto dei competitor. L’FBI, di contro, quanto a valore percepito è l’ente investigativo per eccellenza alla pari della CIA.

La differenza sta nelle mission delle due entità in campo.

Apple persegue finalità di business, votate a offrire servizi e soddisfazione ai consumatori. L’FBI deve necessariamente avere tra le proprie finalità la pubblica sicurezza, il bene pubblico. Alla richiesta esplicita di creare una backdoor per sbloccare l’iPhone per accedere alle informazioni, Apple legge inevitabilmente una minaccia alla propria posizione.

Sbloccare un iPhone significherebbe dimostrare a tutti gli “evangelist” (Apple è uno dei pochi brand a poter contare su un pubblico classificabile come tale) che i loro prodotti non sono più così sicuri. O almeno non sono più i preziosi oggetti impenetrabili che hanno creduto di avere finora, sborsando più o meno la cifra che equivale a una mensilità di affitto. Tant’è che Apple si rifiuta, tenendo fede a promesse e aspettative del pubblico, producendo l’apertura di una causa legale.

Il dibattito diventa un dualismo tra pubblica sicurezza e vanità di business tra quelli che sono, di fatto, due brand. La recente notizia del ritiro dell’FBI della causa aperta nei confronti di Apple, in virtù della risoluzione del problema con un sistema che non è stato ancora descritto è l’ennesimo pedone che si muove sulla scacchiera.

Non è dato sapere se la crittografia di Apple sia stata finalmente aggirata. Questo è quanto è stato dichiarato e tanto basta per produrre decine di articoli che parlano di “Apple sconfitta”. Quel che è certo è che FBI sta insidiando quanto Apple ha costruito e cercato di difendere, raccontando al mondo di aver trovato la chiave per accedere dove nessuno poteva.

Il prelievo forzoso dei dati crea un precedente (come paventato da Tim Cook all’atto del rifiuto). Apple in questa fase può far leva su un pubblico le cui certezze sono difficilmente scardinabili (prova a leggere i commenti sui vari articoli di Facebook), ma questo evento segna forse il primo vero intoppo nella cavalcata del brand, che potrebbe veder insidiata la propria aurea di infallibilità.

La prossima mossa ad Apple, che pare abbia scelto di muovere le pedine della privacy degli utenti e della sicurezza dei loro dati. Una partita e un intrigo destinato ad offrire nuove puntate per una serie ben riuscita. Nell’attesa che si producano risultati nella lotta al terrorismo, il fulcro che muove questa storia avvincente, che è lontano dal vedere risultati concreti se non nel pathos della fiction, sperando che di fiction non si tratti.

Pierluigi Vitale

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