Facebook, Famo a Capisse

Sono trapelate in questi giorni delle indiscrezioni secondo le quali Facebook starebbe stringendo accordi con alcune testate per la produzione e la pubblicazione di contenuti esclusivamente all’interno del social network più popoloso del pianeta.

Secondo quanto viene riportato, se sinora il rapporto tra Facebook e le diverse testate era basato esclusivamente sullo scambio contenuti – traffico, adesso, pare, che vi sia l’ipotesi di una ripartizione anche dei ricavi.

Se sotto il profilo economico potrebbe rappresentare effettivamente un’opportunità, credo però che sia una strada da non percorrere, in particolare per i legacy media quali il NYTimes [che sembrerebbe essere una delle testate coinvolte sin dall’inizio] ma anche per molti altri.

Facebook Dog

Vi sono aspetti legati alle condizioni d’uso di Facebook che lasciano più che perplessi rispetto al controllo che le testate hanno ed avrebbero sulla pubblicazione dei loro contenuti.

Resta da chiarire quale possa essere il possesso dei dati da parte di Facebook sui lettori dei quotidiani, aspetto già oggi controverso che ovviamente si accrescerebbe in maniera esponenziale. Dati sui quali, altrettanto, testate perderebbero potenzialmente il controllo ed il possesso. Dati che valgono, forse, più di ogni altra cosa e che se “filtrati” da Facebook prima di essere forniti agli editori rappresenterebbero una perdita potenzialmente inestimabile, certamente superiore a qualsivoglia accordo di revenue sharing.

Soprattutto, al di là di tutta una serie di aspetti di contorno, è l’idea che Facebook possa essere semplicemente un’altra piattaforma di distribuzione dei contenuti, o peggio, come avviene nella maggior parte dei casi ora, uno spazio dal quale dragare traffico al sito.

Sta qui, a mio avviso, il maggior equivoco. Facebook è un bar, una piazza, di paese dove incontrare persone, comprenderne interessi, motivazioni, aspirazioni da interpretare correttamente per tradurli e renderli disponibili a casa propria, nel proprio sito, nei servizi forniti.

L’engagement, apoteosi orgasmica del social media marketing, resta una vanity metric se limitata ad un numerino da inserire nei report per riunioni tanto frequenti quanto prive di significato e valore. L’engagement ha senso se viene sistematizzato come pratica il cui scopo e quello di approfondire la relazione con le persone così da poterle servire, nel senso positivo del termine, al meglio. L’engagement ha senso se, come dovrebbe essere, i numeri si trasformano in comprensione di fenomeni, di tendenze, di evoluzioni sulle quali costruire il proprio rapporto con il pubblico di riferimento, con le persone.

Vale per qualunque brand, credo davvero, inclusi i newsbrand. Tutto il resto è noia.

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