Pubblicato il 22 maggio 2014 by Lelio Simi

Membership e giornali (due idee per discuterne)

Già un bel po’ di tempo fa (era il 2010) uno degli osser­va­tori più attenti ai nuovi modelli di busi­ness nel campo dell’editoria come Ken Doc­tor dedi­cava uno dei primi arti­coli della sua cele­bre rubrica New­so­no­mics sul Nie­man Lab al con­cetto di mem­ber­ship (nell’incipit scri­veva più o meno così: “che cosa ren­derà soste­ni­bile le nuove imprese gior­na­li­sti­che? La rispo­sta è una sola: “mem­ber­ship”). In quel pezzo Doc­tor ricor­dava che que­sta non è affatto un’idea nuova, né tanto meno un “espe­ri­mento” intra­preso dalle testate in epoca digi­tale, ma anzi è una vec­chia pra­tica cono­sciuta da oltre 40 anni che oggi è asso­lu­ta­mente fon­da­men­tale per i gior­nali (online e non) saper rin­no­vare e rilanciare.

Alla fine del 2013 il Guar­dian ha nomi­nato un respon­sa­bile per lo svi­luppo delle stra­te­gie di “mem­ber­ship” creando così un nuovo ruolo all’interno del gior­nale pro­prio per incre­men­tare da que­ste poli­ti­che nuove reve­nue, che non dipen­dono nel caso del Guar­dian — è bene pre­ci­sarlo — da nes­sun tipo di pay­wall o sot­to­scri­zione chie­sta diret­ta­mente ai let­tori (su que­sto tema potete anche leg­gere: La stra­te­gia open del Guar­dian).

Molto più recen­te­mente Jeff Jarvis ha dedi­cato pro­prio al con­cetto di “mem­ber­ship” gli ultimi para­grafi di un post Enga­ge­ment, col­la­bo­ra­tion, and mem­ber­ship che fa parte di lungo sag­gio dedi­cato al nuovo eco­si­stema della noti­zia e strut­tu­rato in cin­que parti pub­bli­cate su Medium (uno dei “luo­ghi” più inte­res­santi da visi­tare nel web in que­sto momento). Pro­prio da quello che scrive Jar­vis sul con­cetto di “mem­ber­ship” — come detto sono solo alcuni para­grafi che in parte ripren­dono alcuni con­cetti che Jar­vis scrive da anni — ho cer­cato di estra­po­lare un paio di con­cetti per­ché mi sem­brano par­ti­co­lar­mente inte­res­santi da segnarsi e appun­tare come spunti per svi­lup­pare una discus­sione e delle rifles­sioni più arti­co­late su un argo­mento che ha valore appro­fon­dire (per que­sto ovvia­mente sono gra­dite con­tri­buti e idee):

1. La “mem­ber­ship” non è sem­pli­ce­mente un’altra forma di sot­to­scri­zione, è un modo per ripen­sare il rap­porto tra let­tore e giornali

“Mem­ber­ship” è un ter­mine che spesso viene con­fuso con il con­cetto di “soste­ni­tore” di una testata (soprat­tutto non pro­fit, che sia un gior­nale o un’emittente radio o tv locale) al quale si chiede, sostan­zial­mente, di sot­to­scri­vere un finan­zia­mento per aiu­tare la testata in que­stione a soprav­vi­vere e/o di man­te­nersi indi­pen­dente dai grandi inve­sti­tori pub­bli­ci­tari. Insomma il “patto” con il lettore/sostenitore e la testata è sostan­zial­mente que­sto: tu ci dai soldi e in cam­bio noi pro­met­tiamo di man­te­nere alta la qua­lità dell’informazione e la nostra sostan­ziale indi­pen­denza. Ma se par­liamo di “mem­ber­ship” è neces­sa­rio farci una domanda: cosa dovreb­bero otte­nere di più i mem­bri oltre all’eterna rico­no­scenza dei redat­tori e qual­che bel gad­get da por­tarsi a casa? Una buona rispo­sta potrebbe essere: essere coin­volti con­cre­ta­mente nel pro­cesso pro­dut­tivo del giornale.

In giro ci sono un bel po’ di buone pra­ti­che (ad esem­pio: la piat­ta­forma Kinja che pra­ti­ca­mente mette sullo stesso livello l’autore dell’articolo il let­tore che com­menta quell’articolo, e in giro nel web esi­stono timidi ten­ta­tivi dove si dà la pos­si­bi­lità ai let­tori di poter cam­biare i titoli degli arti­coli pre­via auto­riz­za­zione dei redat­tori). Bene, ma per la mag­gior parte que­sti espe­ri­menti il coin­vol­gi­mento è ancora, diciamo così, a livello base. Si può (si deve) fare ancora di più? Pro­ba­bil­mente sì. La col­la­bo­ra­zione che si con­cede ai let­tori, nella migliore delle ipo­tesi, non va oltre, scrive ancora Jar­vis, a quanto si con­cede ai ragaz­zini in visita al museo di scienze «qui ecco, bam­bini, c’è un bot­tone che potete pre­mere per far appa­rire qual­cuno che potrà fare qual­cosa, ma non temete!, niente di peri­co­loso, è solo per diver­tirvi un po’».

Certo, le comu­nità pos­sono benis­simo orga­niz­zarsi anche da sole (anche nel web, oggi ne hanno tutti gli stru­menti) ma le reda­zioni pos­sono aggiun­gere valore, ad esem­pio con­di­vi­dendo stru­menti e met­tendo a dispo­si­zione la pro­pria orga­niz­za­zione per inse­gnare come veri­fi­care una noti­zia, con­te­stua­liz­zarla e appro­fon­dirla. Domanda: quali stru­menti e stra­te­gie sono neces­sa­rie per ren­dere i let­tori dav­vero par­te­cipi del pro­cesso pro­dut­tivo del giornale?

2. “Mem­ber­ship” è un con­cetto for­te­mente legato all’idea comu­nità, ma le comu­nità non ven­gono “create” dai gior­nali, esi­stono già e i gior­nali ne sono essi stessi dei membri.

«Non solo i gior­nali, i blog e le tech com­pany sono mem­bri di un eco­si­stema dell’informazione nelle loro comu­nità di rife­ri­mento – scrive Jar­vis – ma sono essi stessi mem­bri di quelle stesse comu­nità. Tutti loro hanno degli inte­ressi nella comu­nità e la neces­sità di essere bene infor­mati su di essa. E se è così, non dovreb­bero i mem­bri della comu­nità essere coin­volti ed avere gli stru­menti ade­guati nel deci­dere come si stanno uti­liz­zando le risorse e poter discu­tere le prio­rità nel gestire il lavoro delle testate gior­na­li­sti­che?» Insomma la comu­nità esi­ste già e il gior­nale (la testata gior­na­li­stica) è solo un altro mem­bro che la com­pone, la sua fina­lità dovrebbe essere quella di con­tri­buire con i pro­pri mezzi a darle valore (e rice­verne a sua volta valore). Domanda: qual è il valore che la comu­nità può dare al gior­nale, solo una forma di finan­zia­mento per sostenerlo?

C’è quindi un modo diverso di guar­dare alla “mem­ber­ship”, ci dice ancora Jar­vis nel quale il gior­nale non neces­sa­ria­mente deve pen­sarsi «ego­cen­tri­ca­mente al cen­tro della comu­nità ma sem­mai ai suoi mar­gini», posi­zione migliore per osser­vare quali discus­sioni sono pre­senti nella comu­nità: chi sono le per­sone che per­sone che la com­pon­gono e di cosa si inte­res­sano, cosa sta gli sta a cuore. Con un obiet­tivo: i gior­nali oggi pos­sono for­nire a quelle per­sone (che stanno discu­tendo di poli­tica, sanità, sport, model­li­smo o giar­di­nag­gio) con­te­nuti, cono­scenze, ma anche stru­menti e piat­ta­forme per con­di­vi­dere meglio quello che cono­scono, per avere più occa­sioni di stare insieme e anche (per­ché no?) per acqui­stare cose e ser­vizi. È in que­sto modo che il gior­nale può essere per­ce­pito come un valore, uno stru­mento utile e con­creto per abi­tare quella comu­nità in modo migliore.

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Lelio Simi

giornalista, content curator at DataMediaHub
Si è formato nella carta stampata [Mattina Toscana - l'Unità] dove è diventato giornalista professionista. Dal 2001 inizia a occuparsi di informazione sul web in una delle prime digital media italiane [Wayin]. Da diversi anni svolge l'attività di freelance occupandosi prevalentemente (sia nella stampa tradizionale che in quella online) dei temi legati all'innovazione, all'economia al sociale e alle nuove tecnologie. Come consulente da anni si occupa di progettare e gestire strumenti e contenuti per la comunicazione corporate. Ha un blog personale "Senzamegafono".
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