Modello di Business?

Il mio articolo di un paio di giorni fa su i conti delle testate pure digital italiane ha aperto un interessante dibattito sullo spinoso tema della sostenibilità dell’informazione, sulla ricerca di modelli di ricavo per il digitale ed in particolare per le pubblicazioni all digital.

Oltre agli interessanti commenti all’articolo, Massimo Russo, neo Direttore di «Wired» dopo una lunga esperienza lavoro in Kataweb, dal suo blog Cablogrammi, arricchisce il confronto sul tema con “Giornalismo, la difficile ricerca di modelli economici digitali” in cui fornisce l’aggiornamento a livello internazionale che [di]mostra che perlopiù anche al di là dei confini nazionali, nonostante una numerosità di pubblico potenziale decisamente superiore in realtà i casi nei quali vi sono ritorni economici degni di questo nome si contano sulla punta delle dita.

All’intervento di Russo si aggiunge quello di Marco Giovannelli, Direttore di «Varese News», uno dei pochi casi “virtuosi” nello sconfortante panorama generale, che fa il punto sulla questione osservandola dalla propria prospettiva, quella “glocal” delle testate, quale appunta quella da lui diretta, che fa di una specifica parte del territorio nazionale il proprio riferimento, affermando appunto che “il locale è un microcosmo interessante per comprendere meglio diversi fenomeni generali”, e che “il giornale deve essere strategico per il territorio. È nelle comunità di riferimento la sua forza, ben oltre i social o gli strumenti”.

Entrambi concordano che il binomio vendite-pubblicità non è, e non sarà mai più, un modello di business in grado di sostenere l’economia delle testate, siano esse all digital o meno, e che fondamentalmente si tratti di passare dal piedistallo allo sgabello per chi ha la capacità di guardare oltre i soliti, obsoleti, modelli di business.

Sempre Russo integra i sei punti chiave forniti nel precitato articolo partendo dalla segnalazione di un articolo di Jeff Jarvis secondo il quale la chiave di volta sta nella relazione con l’utente, con le persone, e con l’abile utilizzo dei dati forniti dalle stesse per profilare le scelte editoriali e costruire l’offerta pubblicitaria.

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L’idea dei dati, o del big data come si usa dire attualmente, senza nulla togliere nè a Russo nè tanto meno a Jarvis, non è nuova.

Alan Rusbridger, editor-in-chief del «The Guardian», durante l’open weekend promosso dal quotidiano anglosassosone a marzo dell’anno scorso, chiedeva cosa le persone fossero disposte a dare ai giornali in cambio delle notizie, elencando come scelte possibili: soldi, tempo e informazioni.

Dopo il lancio ad aprile di Google Customer Surveys, soluzione disponibile anche in Italia, soluzione alternativa concettualmente al paywall che propone un breve questionario al quale il lettore deve rispondere per poter avere accesso all’articolo completo, come segnalavo all’epoca dell’esordio, arrivano ora altre proposte e soluzioni in tal senso.

E’ infatti sempre sulla raccolta di dati, di informazioni, che si concentra la proposta di Enliken, disponibile a breve, che pensa di utilizzare le informazioni richieste agli utenti per meglio profilare la comunicazione pubblicitaria online utilizzando i loro dati come forma di micro pagamento per avere accesso a contenuti informativi premium e/o per avere accesso a promozioni particolari.

Ed è, ancora, recente l’annuncio del «The Washington Post» che ufficializza come il il gruppo di lavoro, lo staff interno al giornale, dedicato ai sondaggi che ora diventa un servizio che sarà realizzato non solo ad uso e consumo del giornale ma verrà offerto ai propri clienti, alle aziende, andando a costituire un’unità di business indipendente, una nuova fonte di ricavo per la testata statunitense.

A febbraio di quest’anno The Pew Research Center’s Project for Excellence in Journalism ha pubblicato lo studio “Newspapers Turning Ideas Into Dollars: Four Revenue Success Stories”. Musica per le orecchie di questi tempi.

Seppure la desk research si focalizzi sull’evoluzione, di successo, di quattro testate tradizionali, nate dal cartaceo, nel difficile passaggio al digitale, le idee che emergono sono certamente d’interesse anche per i pure players digitali. Si tratta infatti di quattro casistiche molto diverse tra loro dalle quali, al di là delle specificità, emerge, si conferma, come non esista LA soluzione ma sia possibile trovare UNA soluzione specifica per ciascuna realtà.

Insomma non esiste un modello di business ma esistono, si possono ricercare e plasmare, dei modelli che nel loro insieme garantiscano ricavi apprezzabili.

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Bonus track: Sul tema vale la lettura l’articolo pubblicato da ANSO, Associazione Nazionale Stampa Online.

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Pier Luca Santoro

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Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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4 Commenti su Modello di Business?

  1. Molto bene, bel dibattito ricco, mi piace.
    Felice di aver contribuito nei commenti e mi permetto di segnalare qui almeno due casi virtuosi che passano spesso sotto il radar:

    Ci sono due pubblicazioni tecnologiche americane nate dall’esperienza positiva di alcuni blog, che stanno funzionando benissimo, oltre ogni più rosea aspettativa.

    Si tratta di “The Magazine”, rivista di articoli longfrom quindicinale pubblicata solo su iPad, e The Loop Magazine, simile nella forma e negli intenti.

    In quel caso la storia di successo si deve all’esistenza di una nicchia di utenti che: 1) ama i temi tecnologici trattati; 2) ama il longform journalism come forma di giornalismo in cui si incontrano reporting, opinione e ricerca.

    Sono belle esperienze che tuttavia ritengo irreplicabili sul panorama italiano. Le nicchie di cui sopra sono talmente numerose da garantire una sostenibilità a progetti simili e soprattutto non sono limitate ai confini nazionali dalla lingua utilizzata. Sono nicchie globali, insomma, il che le rende probabilmente ampie come quelli che in Italia sarebbero bacini di utenza potenziale tout-court.

    Indirizzarsi alle nicchie, laddove si può (nicchie geografiche, ad esempio) è un buon metodo perché attua una sorta di targetizzazione automatica dei lettori potenziali. In Italia dobbiamo però scontrarci inevitabilmente con numeri che non rendono possibile il raggiungimento di una massa critica di sostentamento.

  2. Dibattito interessante. Visto che pero’ che l’apertura internazionale di Russo si limita all’area anglosassone, volevo segnalare qualche spunto che proviene d’Oltralpe. Parlo in particolare del pure player Mediapart http://www.lsdi.it/2013/il-pure-player-mediapart-festeggia-cinque-anni-di-giornalismo-senza-compromessi-e-i-conti-in-ordine/ (in fondo all’articolo, i conti di altri pure players francofoni) e della grande effervescenza “glocal” http://www.lsdi.it/2013/stampa-locale-on-line-in-francia-grande-fermento-tra-miti-speranze-e-delusioni/

  3. Aggiungo: mi piace portare questo esempio americano.
    Leggetevi i prezzi e considerate che hanno già tutto esaurito fino a fine 2013.

    http://decknetwork.net/

    In pratica, pubblicità d’elite. I siti anglosassoni hanno queste possibilità di nicchia che producono un valore completamente fuori scala…
    Cose impossibili da replicare in Italia. E’ un esempio di come, a mio parere, i modelli stranieri migliori siano quasi sempre inapplicabili in italiano.

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