novembre 2012

The social creative newsroom
Pubblicato il 19 novembre 2012 by Pier Luca Santoro

Bevi la Coca-Cola che ti fa Bene

“Coca­Cola a me mi fa morire, Coca­Cola si, Coca­Cola a me mi fa impaz­zire, con tutte quelle, tutte quelle bol­li­cine” can­tava Vasco Rossi nel 1983. Sono pas­sati esat­ta­mente 30 anni da allora e la più famosa bevanda gas­sata al mondo trac­cia la linea di demar­ca­zione tra réclame e comu­ni­ca­zione segnando defi­ni­ti­va­mente il con­fine tra ciò che è stato e quel che sarà per la comu­ni­ca­zione d’impresa.

Le impli­ca­zioni, anche per il mondo dell’editoria, per l’industria dell’informazione, son tutt’altro che trascurabili.

Da oggi il sito web della mul­ti­na­zio­nale di Atlanta, che conta 1,2 milioni di utenti unici men­sili, si tra­forma e, dopo la sua aper­tura nel 1995, diviene di fatto una testata, un hub infor­ma­tivo, dove la marca sta­bi­li­sce quale sia il futuro della comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria e quali le sfide da affron­tare, anche,  per i gior­nali e le loro aspi­ra­zioni di soste­ni­bi­lità eco­no­mica nell’evoluzione verso il digitale.

Coca-Cola Jour­ney, que­sto il nuovo nome dato alla pre­senza isti­tu­zio­nale del soft drink in onore all’internal maga­zine pub­bli­cato dall’azienda nel decen­nio tra il 1987 ed il 1997, sarà, è, a tutti gli effetti un maga­zine più che un sito web, un por­tale di accesso al mondo pro­po­sto pro domo sua da un’azienda, da un brand.

Le ragioni sono spie­gate con tra­spa­renza e chia­rezza in un arti­colo del 12 novem­bre scorso di Ashley Brown, diret­tore della comu­ni­ca­zione digi­tale e dei social media dell’impresa, che scrive:

We’re here because more than 1.8 bil­lion times a day, every day, peo­ple express their love for our brands by pur­cha­sing one of our pro­ducts. But those pur­cha­ses are more than tran­sac­tio­nal. They’re emo­tio­nal. We know because more than 50 mil­lion peo­ple have become our fans on Face­book, and mil­lions of others have posted pho­tos, videos and blog posts that demon­strate their pas­sion for Coca-Cola. We’re here because our con­su­mers allow us —and want us — to be here.

We want Coca-Cola Jour­ney to be a place where thought­ful peo­ple indulge their curio­sity about the world around them, engage in a civil discus­sion and hope­fully learn a lit­tle more about one of the world’s best-known com­pa­nies. For our part, we com­mit to be an open, trans­pa­rent, and honest host and a thought­ful curator.

Rac­conta il «The New York Times» che Coca-Cola dedi­cherà all’iniziativa 4 per­sone del suo staff e 40 free­lance tra gior­na­li­sti e foto­grafi che saranno a loro volta sup­por­tati dal per­so­nale del mar­ke­ting e delle rela­zioni pub­bli­che dell’azienda.

Ieri: Por­tale Coca-Cola

Oggi: Coca-Cola Journey

Il pas­sag­gio da brand a media e del brand jour­na­lism che, come giu­sta­mente anno­tava Michele Boroni su «La Let­tura» recen­te­mente, fa diven­tare i brand edi­tori di se stessi, gene­rando con­te­nuti esclu­sivi e adat­tando il loro sto­ry­tel­ling all’interattività della rete e dei social media, cam­bia il modo di comu­ni­care, di rela­zio­narsi con le per­sone, tra impresa e pubblico.

Per­corso egre­gia­mente descritto da David Armano all’inzio di que­sto mese che sin­te­tizza gra­fi­ca­mente l’evoluzione e le carat­te­ri­sti­che di come i mar­chi azien­dali diven­gano sem­pre più dei media adat­tando la loro comu­ni­ca­zione al muta­mento di sce­na­rio attra­verso quella che defi­ni­sce the social crea­tive newsroom.

Per le per­sone essere online sta dive­nendo sem­pre più un con­cetto “fluido”, i pro­cessi di valo­riz­za­zione, sia con­cet­tuale che eco­no­mica, non pos­sono più fon­darsi sulla pub­bli­cità, così come l’abbiamo intesa sino ad ora, a cor­nice del con­te­nuto stesso, ma sulla costru­zione dif­fusa di tale con­te­nuto sulla base degli inte­ressi e delle inte­ra­zioni che i diversi gruppi di per­sone, le “tribù” hanno.

In que­sto con­te­sto il modello di busi­ness attual­mente pre­va­lente dei quo­ti­diani online è desti­nato a mutare dra­sti­ca­mente in breve tempo. I siti web dei quo­ti­diani dovranno abban­do­nare la logica, per­dente, del display adver­ti­sing e dei CPM, per dive­nire, se ne saranno capaci, polo di attra­zione del con­te­nuto infor­ma­tivo che inte­ressa e coin­volge il pub­blico di riferimento.

Costruire un rap­porto fidu­cia­rio con il let­tore, coin­vol­gerlo atti­va­mente, ed offrire alle imprese, agli inve­sti­tori, nuove pro­po­ste di comu­ni­ca­zione che attra­verso l’edizione online dei gior­nali per­metta loro di unirsi al flusso infor­ma­tivo senza “costrin­gerli” a dive­nire loro stessi edi­tori, media, è la strada da perseguire.

Un per­corso fatto di sto­rie spon­so­riz­zate e con­te­nuti bran­diz­zati che è già pra­ti­cato da molti negli Stati Uniti, a comi­ciare da «For­bes», «The Atlan­tic» e «Buz­z­Feed», pio­niere in tal senso, e che ora anche «The Boston Globe» ha deciso di adot­tare con Insight. Strada che non neces­sita di var­care l’oceano per veri­fi­carne l’efficacia ma che anche da noi viene già per­corsa con suc­cesso, ad esem­pio, da «Varese News»

L’alternativa, come con­ferma il caso della Coca-Cola, è che le imprese insod­di­sfatte dalla attuale offerta e dalla sua inef­fi­ca­cia lo fac­ciano per conto loro. Va da sè cosa sia meglio fare.

Ad inte­gra­zione, se vi fosse sfug­gito, si con­si­glia cal­da­mente la let­tura dell’articolo di Vin­cenzo Cosenza: “Gior­nali: Big Bang oppure Big Data?”

Appunti Glocal
Pubblicato il 18 novembre 2012 by Pier Luca Santoro

Appunti da Glocal12

Ho par­te­ci­pato, quasi per intero, alla tre giorni orga­niz­zata da Varese News sul gior­na­li­smo on-line visto pre­va­le­mente da una pro­spet­tiva locale. Evento che per essere alla sua prima edi­zione è stato dav­vero ben orga­niz­zato e che, a chi come me l’ha vis­suto, ha con­fer­mato la forza sul ter­ri­to­rio di rife­ri­mento, ma non solo, della testata all digi­tal lombarda.

Tra i diversi appun­ta­menti ho par­te­ci­pato in qua­lità di rela­tore al panel di discus­sione sui i gior­na­li­sti del futuro e il futuro dei gior­na­li­sti [ed ine­vi­ta­bil­mente dei giornali].

Ho cer­cato di fis­sare i con­cetti del mio inter­vento con alcuni appunti che credo possa essere utile con­di­vi­dere anche in que­sto spazio.

E’ noto, o almeno dovrebbe esserlo, che via sia uno stretto legame tra mer­cato, stra­te­gia di approc­cio, di pene­tra­zione dello stesso e orga­niz­za­zione del lavoro.

E’ pro­prio l’organizzazione del lavoro un nodo cru­ciale di que­sta fase dell’industria dell’informazione, dei gior­nali, che attual­mente man­ten­gono pre­va­len­te­mente reda­zioni sepa­rate, con l’online sem­pre nella veste del “figlio povero” con scarse risorse dedi­cate sia eco­no­mi­che che umane. L’incertezza sulla stra­te­gia da adot­tare per ren­dere soste­ni­bile eco­no­mi­ca­mente l’evoluzione verso il digi­tale, che si respi­rava con chia­rezza anche durante gli altri incon­tri delle tre gior­nate di lavoro, su quale siano le carat­te­ri­sti­che del mer­cato, del pub­blico di rife­ri­mento, delle moda­lità più ido­nee di offrire comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria agli inve­sti­tori, alle imprese anzi­chè pixel e/o clicks,  si riflette in un’organizzazione del lavoro spesso fram­men­tata e con­fusa, in riva­lità tra com­parti che non pos­sono che met­tere a rischio lo sviluppo.

Pescando dalla prima pagina del bigino sulla for­ma­zione in azienda ho evi­den­ziato come per i gior­na­li­sti del futuro e il futuro dei gior­na­li­sti sia neces­sa­rio inter­ve­nire su quelle che ven­gono comu­ne­mente defi­nite le “tre C”: Cono­scenze, Com­pe­tenze, Comportamenti.

Cono­scenza è l’appredere qual­cosa in linea teo­rica, com­pe­tenza è la capa­cità di met­terla in pra­tica, men­tre i com­por­ta­menti sono rela­tivi all’adeguatezza degli stessi nel con­te­sto orga­niz­za­tivo e più in gene­rale al con­te­sto sociale di riferimento.

Se, come accade, anche ai gior­na­li­sti, non viene offerto sup­porto, for­ma­zione, che li metta in con­di­zione di cono­scere la realtà attuale, i mezzi e gli stru­menti ido­nei, se attra­verso tempo e risorse dedi­cate a momenti di trai­ning on the job non ven­gono for­nite ed affi­nate le com­pe­tenze di uti­lizzo dei tool ampia­mente dispo­ni­bili e se, ancora, non vi è iden­ti­fi­ca­zione e chia­rezza dei com­por­ta­menti da tenere è chiaro che l’evoluzione è lenta o nulla.

Dare per scon­tato che que­sto avvenga attra­verso per­corsi di auto-formazione non può che con­durre al dif­fon­dersi di casi come quello che ha coin­volto Rosanna San­to­no­cito pochi giorni fa accre­scendo l’inadeguatezza di molti  gior­na­li­sti  e dun­que di molti gior­nali che vivono e sem­pre più vivranno del rap­porto con il pro­prio pubblico.

Ancora una volta, come si usa dire, sapevatelo.

Update: Da leg­gere l’articolo di Mario Tede­schini Lalli, anch’esso tra i rela­tori del panel, “Che resta del gior­na­li­smo (e dei gior­na­li­sti) nell’universo disintermediato”

IDF-Ranks-Promo-Poster
Pubblicato il 17 novembre 2012 by Pier Luca Santoro

Gamification della Guerra dell’Informazione tra Israele ed Hamas

La bat­ta­glia media­tica tra Israele e Hamas ha tro­vato nei social media una nuova dimen­sione. E’ l’ennesima evi­denza della disin­ter­me­dia­zione in corso, enne­simo pro­blema da gestire per i gior­nali che anche in que­sto modo rischiano di vedere ridi­men­sio­nata la pro­pria rile­vanza nell’ecosistema dell’informazione.

Adesso il blog di IDF [Israel Defense For­ces] affina le armi e intro­duce ele­menti di gami­fi­ca­tion per favo­rire la con­di­vi­sione delle infor­ma­zioni pro­po­ste sui social network.

Anche se, secondo quanto ripor­tato, l’idea era stata intro­dotta già da luglio è sol­tanto da un paio di giorni che si è deciso di imple­men­tare l’iniziativa dan­dole evidenza.

Da gio­vedì dun­que i let­tori del blog ven­gono pre­miati per il loro sup­porto media­tico e per ogni con­di­vi­sione sui social net­work si gua­da­gnano punti e badge [meda­glie] sca­lando la vetta sino ad arri­vare ad essere “Lieu­te­nat Gene­ral”, coman­dante vir­tuale dell’esercito israeliano.

La gami­fi­ca­tion della guerra dell’informazione.

TweetReach #moreambitiousbooks
Pubblicato il 15 novembre 2012 by Pier Luca Santoro

Prove Tecniche di Gamification dell’Informazione

 

La gami­fi­ca­tion, l’applicazione di moda­lità e mec­ca­ni­smi tipici del gioco a con­te­sti non ludici al fine di incre­men­tare il coin­vo­gi­mento delle per­sone è una moda­lità che verrà sem­pre più appli­cata in futuro.

Gart­ner, dopo aver indi­vi­duato ad ago­sto di quest’anno nella sua ana­lisi annuale sul ciclo di vita delle tec­no­lo­gie emer­genti come la gami­fi­ca­tion si trova al ter­mine della prima linea ascen­dente ed i tempi per un’adozione di massa sono sti­mati in un periodo com­preso tra i 5 ed i 10 anni, a fine otto­bre ha rila­sciato le pre­vi­sioni dei trend emer­genti nel pros­simo trien­nio dalle quali emerge come entro il 2015 il 40% delle 1000 aziende più impor­tanti al mondo uti­liz­zerà la gami­fi­ca­tion come mec­ca­ni­smo pri­ma­rio per la tra­sfor­ma­zione del pro­prio business.

Per l’industria dell’informazione, che come dice­vamo ieri ha nel tempo speso sul sito del gior­nale un indi­ca­tore impor­tante del livello di coin­vol­gi­mento effet­tivo del let­tore, l’implementazione di tec­ni­che ricon­du­ci­bili alla gami­fi­ca­tion può essere ele­mento di grande ausi­lio poi­chè l’ appli­ca­zione all’informazione con­sente di appro­fon­dire l’esperienza del let­tore, delle per­sone, crea coin­vol­gi­mento e par­te­ci­pa­zione, miglio­rando com­ples­si­va­mente di riflesso le per­for­mance di busi­ness aziendali.

Due esempi per quanto riguarda la nostra realtà nazio­nale ieri nell’edizione online di «La Repubblica».

Ste­fano Bar­tez­za­ghi ha lan­ciato la pro­po­sta di gio­care a tro­vare il super­ti­tolo di libri noti invi­tando le per­sone a fare le loro pro­po­ste su Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag #moream­bi­tiou­sbooks. L’idea, in una gior­nata in cui sui social net­work il rumore di fondo delle noti­zie sulle pro­te­ste in corso in tutte le città d’Italia era signi­fi­ca­tivo e fosse carente di mec­ca­ni­smi di ricom­pensa estrin­seca, ha comun­que otte­nuto 1500 tweet [di]mostrando come nel gioco le moti­va­zioni intrin­se­che siano un aspetto fondamentale.

Anche per quanto riguarda uno dei “temi caldi” del momento: le pri­ma­rie del PD, il quo­ti­diano on line più letto d’Italia ha pro­po­sto Polit­mero, gioco che per­mette di sco­prire a quale dei sei can­di­dati si è più vicini, poli­ti­ca­mente più affini.

Dopo la crea­zione del pro­prio ava­tar e la scelta di un nic­k­name si risponde ad un que­stio­na­rio a rispo­sta mul­ti­pla su diversi temi quali il lavoro e la cul­tura pas­sando per ambiente ed eco­no­mia sce­gliendo la frase che più si con­di­vide per cia­scuno degli 8 temi pro­po­sti. Pro­cesso al ter­mine del quale appare la pro­pria posi­zione rispetto ai candidati [*].

Mec­ca­ni­smi e moda­lità rela­ti­va­mente basici che però rap­pre­sen­tano sicu­ra­mente l’inizio di un per­corso. Prove tec­ni­che di gami­fi­ca­tion dell’informazione.

A mar­gine si segnala che la ver­sione sta­tu­ni­tense di Goo­gle News dal luglio 2011 uti­lizza una parte dei mec­ca­ni­smi della gami­fi­ca­tion, quelli rela­tivi a poin­ti­fi­ca­tion e bad­gi­fi­ca­tion, per incen­ti­vare let­tura e con­di­vi­sione sociale degli articoli.

[*] Disclai­mer: Si prega di non tenere conto del risul­tato del gioco avendo rispo­sto in maniera casuale e fret­to­losa al solo fine di vederne il mec­ca­ni­smo. Grazie.

Community vs. Facebook Infographic
Pubblicato il 14 novembre 2012 by Pier Luca Santoro

Creare delle Community NEL Sito del Giornale

Il tempo speso sul sito del gior­nale è, a mio avviso ma anche di molti altri, un indi­ca­tore impor­tante del livello di coin­vol­gi­mento effet­tivo del let­tore. Indi­ca­tore che, per essere spe­cu­la­tivo viste le dif­fi­coltà com­ples­sive di mone­tiz­za­zione, che può essere speso per aumen­tare il valore di ven­dita per CPM.

Uno dei modi per aumen­tare la per­ma­nenza sul sito è quella di coin­vol­gere il let­tore rispetto ad atti­vità, ad inte­ressi che fac­ciano appunto sì che abbia voglia di pas­sare una parte cre­scente del tempo speso online all’interno del sito web della testata invece che, come avviene in maniera cre­scente, all’interno dei diversi social net­work a comin­ciare da Face­book ovvia­mente che ormai è un eco­si­stema a parte, a se stante.

Da que­sto punto di vista nella mag­gior parte dei casi la stra­te­gia delle testate di corsa a fol­lo­wer e fan è spesso inda­guata sia per­chè “gio­care” in casa d’altri con regole arbi­tra­rie altrui è sem­pre rischioso che per­chè ci si è limi­tati ad uti­liz­zare que­sti mezzi pre­va­len­te­mente in una logica, estre­ma­mente par­ziale e ridut­tiva, di cross pro­mo­tion.

Rare le ecce­zioni a que­sto modo di pro­ce­dere se si esclu­dono Eskup di «El Pais» e «The Guar­dian» con la filo­so­fia open con l’ennesimo passo verso l’apertura ai con­tri­buti dei let­tori gra­zie a #smart­ta­kes, stru­mento di aggre­ga­zione, di cura­tion dei con­te­nuti per rac­co­gliere ana­lisi e com­menti dei let­tori in un unico spa­zio e Notice, bacheca vir­tuale iper­lo­cale in con­ti­nua evoluzione.

Ovvia­mente in fun­zione del posi­zio­na­mento della testata e delle rela­tive carat­te­ri­sti­che del let­to­rato le scelte di come pro­ce­dere pos­sono essere distinte. E’ il caso del «The Wall Street Jour­nal», da un lato pro­tetto da un pay­wall dal 1997, chiu­sura tesa alla valo­riz­za­zione dei con­te­nuti, oltre che a gene­rare ricavi anche da online/digitale, e dall’altro lato aper­tura attra­verso i social media hanno creato invece di un muro una sorta di cap­pio di vel­luto che stringe dol­ce­mente il let­tore coin­vol­gen­dolo senza soffocarlo.

Il pre­sti­gioso, e di suc­cesso, quo­ti­diano economico-finanziaro sta­tu­ni­stense ha lan­ciato in que­sti giorni due ini­zia­tive dedi­cate all’area della tec­no­lo­gia e delle start up: Star­tup Jour­nal e The Accel­le­ra­tors. E’ in par­ti­co­lare il secondo ad essere dise­gnato, con­ce­pito come un forum di discus­sione di con­fronto con esperti del set­tore che ogni set­ti­mana pro­pon­gono un tema ciascuno.

Bril­lante ini­zia­tiva ver­ti­cale, spe­cia­li­stica, che mostra come creare una comu­nità, come aggre­gare let­tori su temi di loro inte­resse all’interno del sito della testata. Da pren­dere ad esem­pio, adat­tan­done le carat­te­ri­sti­che e le tematiche.

Bilancio Caltagirone Editore Genn_Sett 2012 Vs 2011
Pubblicato il 13 novembre 2012 by Pier Luca Santoro

Investimenti sulla Carta

Cal­ta­gi­rone Edi­tore Spa, è il secondo gruppo edi­to­riale in Ita­lia, con quasi 6 milioni di let­tori nel giorno medio detiene il 26.4% della rea­der­ship di quo­ti­diani nello sti­vale. Con­trolla «Il Mes­sag­gero», «Il Gaz­zet­tino», «Il Mat­tino», «Il Cor­riere Adria­tico», «Il Nuovo Quo­ti­diano di Puglia», la social free press «Leggo» e la con­ces­sio­na­ria di pub­bli­cità Piemme.

Nono­stante un risul­tato gestio­nale nei primi 9 mesi di quest’anno all’insegna della nega­ti­vità, come tutto il com­parto edi­to­riale nel suo com­plesso, ha effet­tuato un rin­no­va­mento pro­fondo del suo quo­ti­diano più impor­tante: «Il Messaggero».

Rin­no­va­mento che ha visto la luce il 9 novem­bre scorso e che manda dei mes­saggi impor­tanti da cogliere sull’attualità dell’informazione ed il futuro dei giornali.

Ne parlo nella mia rubrica set­ti­ma­nale per l’European Jour­na­lism Cen­ter. Buona let­tura.

Customer Value Not Control
Pubblicato il 12 novembre 2012 by Pier Luca Santoro

E’ il Web, Bellezza

Gli edi­tori, alla dispe­rata ricerca di fonti di ricavo, vogliono far pagare Goo­gle per la pub­bli­ca­zione dell’anteprima dei loro con­te­nuti. Si tratta di una vec­chia sto­ria tor­nata pre­po­ten­te­mente alla ribalta dalla seconda metà di otto­bre in poi.

In Bra­sile 150 gior­nali, che rap­pre­sen­tano circa il 90% del let­to­rato nazio­nale, hanno deciso di uscire da Goo­gle News dopo che il più impor­tante motore di ricerca si era rifiu­tato di dare loro una com­pen­sa­zione eco­no­mica per la pub­bli­ca­zione. Deci­sione che avrebbe avuto un impatto mode­sto, con un calo degli accessi alle edi­zioni online dei quo­ti­diani bra­si­liani di sol­tanto il 5% e che suc­ces­si­va­mente ha por­tato ad un accordo di natura spe­ri­men­tale per il quale durante i pros­simi sei mesi Goo­gle pub­bli­cherà sola­mente titolo dell’articolo e una sola riga di ante­prima invece delle tre che riporta usualmente.

Anche in Europa il fronte degli edi­tori ha deciso di [ri]aprire la par­tita con­tro l’azienda di Moun­tain View.

In Fran­cia il Pre­si­dente Hol­lande ha incon­trato Eric Sch­midt, Pre­si­dente di Goo­gle, “invi­tan­dolo” a tro­vare un accordo entro la fine di quest’anno con gli edi­tori tran­sal­pini pena una legge nazio­nale che san­ci­rebbe un fee, una royalty da ver­sare alle testate. Ipo­tesi rela­ti­va­mente alla quale la posi­zione di Goo­gle è chiara.

In Ger­ma­nia è in corso di appro­va­zione una legge che esten­de­rebbe il copy­right alla pub­bli­ca­zione di estratti di arti­coli nei risul­tati dei motori di ricerca impo­ne­nedo un canone agli aggre­ga­tori, come Goo­gle News, in una forma ana­loga a come opera attual­mente la SIAE nel nostro Paese per, ad esem­pio, la ripro­du­zione di brani musi­cali. Ipo­tesi che secondo molti, a pre­scin­dere da altre con­si­de­ra­zioni, fini­rebbe per bene­fi­ciare esclu­si­va­mente i grandi edi­tori pena­liz­zando il diritto d’autore dei gior­na­li­sti favo­rendo la for­ma­zione di monopoli.

Le moti­va­zioni sono ben rias­sunte nell’articolo di ieri pub­bli­cato sul Cor­sera e redatto da Serena Danna: da un lato molti sosten­gono che — mostrando titoli e ante­prime degli arti­coli — Goo­gle riduca la pos­si­bi­lità per ogni pezzo di essere letto sul sito d’origine e dall’ altro lato si ritiene che il cele­bre motore di ricerca si arr­ric­chi­sca, con i pro­venti deri­vanti dall’ adver­ti­sing, gra­zie ai con­te­nuti che gli edi­tori. Da qui in buona sostanza la richie­sta di un esborso eco­no­mico, di una compensazione.

Per chi volesse com­pren­dere come fun­ziona l’algoritmo di Goo­gle News e quali siano i 10 fat­tori chiave nella scelta della rile­vanza attri­buita a cia­scuno arti­colo, a cia­scuna testata, esi­ste un’area dedi­cata allo scopo che, se posso, con­si­glio asso­lu­ta­mente di visitare.

Top 10 Most Impor­tant Goo­gle News Ran­king Factors

Al di là degli aspetti tec­no­lo­gici, quale sia la rile­vanza in ter­mini di ingressi pub­bli­ci­tari per Goo­gle dalle noti­zie è ben spie­gato da Fré­dé­ric Fil­loux che ha ana­liz­zato le ricer­che effet­tuate dagli utenti e le key­words, le parole chiave di mag­gior valore, ven­dute a mag­gior prezzo da Goo­gle. Ana­lisi [qui tra­dotta in ita­liano] secondo la quale il valore appor­tato dagli edi­tori sarebbe scarso o nullo.

Anche i timori che le ante­prime mostrate dall’aggregatore di noti­zie di Goo­gle limi­tino le visite ai siti web sem­brano asso­lu­ta­mente infon­dati. Secondo i dati pub­bli­cati da PEW Inter­net infatti media­mente circa il 30% delle visite arri­ve­rebbe pro­prio da Goo­gle. Una realtà della quale recen­te­mente sem­bra essersi accorto anche Rupert Mur­doch che per anni aveva com­bat­tuto un’aspra bat­ta­glia con­tro il motore di ricerca.

Le moti­va­zioni degli edi­tori sono pres­so­chè incon­si­stenti oltre­chè ana­cro­ni­sti­che.  Incon­si­stenti sotto il pro­filo del van­tag­gio eco­no­mico por­tato ed ana­cro­ni­sti­che sia poi­chè non ten­gono conto della cul­tura della cir­cu­la­tion, pro­cesso che i social media hanno reso inar­re­sta­bile, che per­chè, comun­que vada a finire la disputa con Goo­gle nelle diverse nazioni, quando e qua­lora riu­scis­sero ad otte­nere una com­pen­sa­zione eco­no­mica si inse­ri­reb­bero [ancora una volta?] in un seg­mento di mer­cato, per così dire, calante. Infatti, nono­stante le con­ti­nue miglio­rie, gli aggior­na­menti che Goo­gle pro­duce, anche, per Goo­gle News, il ruolo dell’aggregatore è desti­nato a calare sop­pian­tato sem­pre più da aggre­ga­tori sociali di seconda gene­ra­zione quali, per citarne alcuni, Zite, Fli­p­board e Pri­sma­tic oltre che da realtà edi­to­riali emer­genti, quali, uno per tutti Buzzfeed.

Come scri­ve­vano Don Tap­scott e Antony D. Wil­liams già nel 2007 in “Wiki­no­mics” è la crea­zione di valore [aggiunto] per il cliente, per le per­sone, NON il con­trollo la rispo­sta da dare nella digi­tal eco­nomy. Che molti edi­tori, molte testate, a cin­que anni di distanza non l’abbiano ancora com­preso è oltre­modo preoccupante.

Que­sta non è la stampa, è il Web, bellezza!

Ad inte­gra­zione, sem­pre in tema ovvia­mente, si con­si­glia la let­tura di: We Can Save New­spa­pers by Destroy­ing The Web e Does Goo­gle Even Need New­spa­per Publishers?

Ricavi Stampa Prisa
Pubblicato il 11 novembre 2012 by Pier Luca Santoro

#NoalEredelPais

Il licen­zia­mento di 129 gior­na­li­sti, su un totale di 44o, ad «El Pais» è una pagina tri­ste, dolo­rosa e dan­nosa, per il quo­ti­diano spa­gnolo e più in gene­rale per il gior­na­li­smo, non tanto per le discu­ti­bili moda­lità di inviare comu­ni­ca­zione agli inte­res­sati un sabato per posta elet­tro­nica quanto per le moti­va­zioni e le impli­ca­zioni che que­sta deci­sione comporta.

Il gruppo Prisa, che nella carta stam­pata con­trolla «El Pais», il quo­ti­diano spor­tivo «AS» e quello eco­no­mico «Cinco Dias», secondo il rap­porto annuale, ha chiuso il 2011, nel suo com­plesso , assom­mando tutte le atti­vità che non riguar­dano solo la stampa, come mostra il gra­fico sot­to­stante, con un EBIT posi­tivo per 273 milioni di euro [-18.7% vs 2010] e i dati del primo seme­stre 2012 pre­sen­tano un EBIT di 109,5 milioni di euro [-25.8% vs stesso periodo 2011].

L’area della carta stam­pata, le cui ven­dite pesano il 6% dei ricavi com­ples­sivi del gruppo, nel primo seme­stre di quest’anno genera 169 milioni di euro di ricavi [-20.6% vs stesso periodo 2011], ai quali si aggiun­gono 25 milioni di ricavi dell’area digi­tale prin­ci­pal­mente ricon­du­ci­bili alla rac­colta pub­bli­ci­ta­ria per l’edizione online di  «El Pais» e «AS», ed un EBIT di 6,5 mil­liuoni di euro [-75.5 vs stesso periodo 2011].

Se dun­que la situa­zione è cer­ta­mente pre­oc­cu­pante vista la forte ten­denza nega­tiva gene­rale ed anche della stampa, sia il gruppo che l’area della carta stam­pata con­ti­nuano ad essere pro­fit­te­voli. Una situa­zione rara di que­sti tempi che cer­ta­mente non giu­sti­fica le dichia­ra­zioni del Diret­tore del «El Pais», Javier Moreno, che parla di una situa­zione nella quale il gruppo Prisa è alla rovina nel ten­ta­tivo di moti­vare la richie­sta di ERE, di licenziamento.

La crisi del gior­nale spa­gnolo non è tanto, o sola­mente, un pro­blema di busi­ness, di ricavi, di audience e di irru­zione dei [ex] nuovi media sul mer­cato, ma è una crisi gior­na­li­stica e morale. Una brec­cia tra impresa, dire­zione, reda­zione e pubbblico.

I gior­na­li­sti da giorni hanno atti­vato tutti i canali pos­si­bili per mani­fe­stare le loro ragioni, aprendo un blog, un canale su You­Tube e, in ultimo uno spa­zio su Change.org dove invi­tano le per­sone a fir­mare una peti­zione ed a inviarla al Diret­tore del quo­ti­diano, cosa che, al momento della reda­zione di que­sto arti­colo, è già stata fatta da quasi 8mila per­sone. Ieri, dopo la dif­fu­sione della noti­zia della comu­ni­ca­zione dei licen­zia­menti, su Twit­ter l’hashtag #Noa­lE­re­del­Pais ha otte­nuto 4500 men­tion molte delle quali con­ten­gono anche l’invito “unfol­low” @elpais.

Adesso il futuro di «El Pais» sarà ancora più dif­fi­cile. Non per colpa di Inter­net o del calo delle ven­dite ma per la rot­tura della con­ver­sa­zione con i gior­na­li­sti e con il pub­blico, che assi­ste e par­te­cipa. Con­ver­sa­zione senza la quale qua­lun­que pro­dotto, qua­lun­que gior­nale non ha i pre­sup­po­sti per proseguire.

Come diceva Wal­ter Lip­p­mann ” la qua­lità delle noti­zie nella società moderna è un indice della sua orga­niz­za­zione sociale”. Quando il con­tratto sociale con i lavo­ra­tori, si tratti di gior­na­li­sti o altro, con le per­sone, con il pub­blico viene rotto que­sto diviene un peri­co­loso segnale di deca­denza che va al di là degli aspetti eco­no­mici ma com­porta un impatto anche economico-finanziario.

Che la vicenda del gior­nale ibe­rico sia, spe­riamo, di monito, d’insegnamento a quanti stanno rischiando di seguire lo stesso percorso.

Circulation Print & Digital UK
Pubblicato il 10 novembre 2012 by Pier Luca Santoro

Il Paywall Rinforza la Carta?

In un’infografica rea­liz­zata da un’agenzia di comu­ni­ca­zione inter­na­zio­nale sono rias­sunte le rea­der­ship dei prin­ci­pali quo­ti­diani del Regno Unito sud­di­visi tra solo digi­tale, solo carta ed entrambi i formati.

L’adozione di un pay­wall, “mete­red” [con un numero men­sile di arti­coli frui­bili gra­tui­ta­mente] o meno, pare abbia spesso rilan­ciato le ven­dite, o comun­que i ricavi deri­vanti dalla ver­sione cartacea.

Tra i quo­ti­diani presi in con­si­de­ra­zione, il «The Times», pro­tetto anch’esso da un pay­wall, man­tiene il 91% del pro­prio let­to­rato per la ver­sione car­ta­cea. Il pay­wall rin­forza la carta?

Canto RCS
Pubblicato il 9 novembre 2012 by Pier Luca Santoro

La RCS Periodici Vuole Cantarle a Scott Jovane

Le indi­scre­zioni sul piano indu­striale che il nuovo Ammi­ni­stra­tore Dele­gato e Diret­tore Gene­rale , Pie­tro Scott Jovane, sta appron­tando per sal­vare RCSMe­dia­group dai debiti in cui rischia di affo­gare, con un risul­tato netto del primo seme­stre 2012 in nega­tivo per 427 milioni di euro [Vs — 19,5 del 1° sem 2011], par­lano della chiu­sura di almeno dieci testate, da «Il Mondo» ad «A», su tren­ta­cin­que, che com­por­te­rebbe il taglio come minimo di ses­santa per­sone, men­tre per l’intero gruppo si ipo­tiz­zano 500 esu­beri: 400 impie­gati e 100 giornalisti.

Piano defi­nito “lacrime e san­gue” che ad ini­zio mese ha già por­tato alle dimis­sioni del Diret­tore Gene­rale della Divi­sione Quo­ti­diani dell’RCSMediagroup, Giu­lio Lat­tanzi, ed anche il Diret­tore Gene­rale della divi­sione Perio­dici, Mat­teo Novello, sarebbe pronto a dimet­tersi in pole­mica con gli orien­ta­menti del nuovo Ammi­ni­stra­tore Delegato.

In que­sto clima, in attesa del piano indu­striale, che dovrebbe arri­vare tra novem­bre e dicem­bre, dopo aver recen­te­mente defi­nito un piano di scio­peri di 15 giorni, i gior­na­li­sti di Via Riz­zoli, quelli, appunto, della divi­sione perio­dici, hanno deciso, let­te­ral­mente, di can­tarle a Scott Jovane.

Sot­to­ri­por­tato il testo, cir­co­lato su Twit­ter ieri in tarda serata. Sulle note di “Non sarà un’avventura” di Lucio Bat­ti­sti, i gior­na­li­sti sug­ge­ri­scono di ven­dere la sede di Via Sol­fe­rino — una delle ipo­tesi al vaglio che ha, altret­tanto, incon­trato forti resi­stenze — e riven­di­cano le loro capa­cità e competenze.

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