ottobre 2012

Interruption
Pubblicato il 21 ottobre 2012 by Pier Luca Santoro

In Memoria della Pubblicità

Durante la prima set­ti­mana di que­sto mese si è tenuta a New York la Adver­ti­sing Week, 5 gior­nate con 200 eventi per discu­tere, con­fron­tarsi sulle ten­denze del mar­ke­ting e della comu­ni­ca­zione pubblicitaria.

Nella prima gior­nata una ses­sione è stata dedi­cata al fune­rale della pub­bli­cità. Pren­de­tevi in que­sta dome­nica autun­nale mezz’ora di tempo per vedere il video di “In Memory of Adver­ti­sing”, pro­vo­ca­zione con tanto di coro gospel del chief com­mer­cial offi­cer di JWT Nord Ame­rica che in maniera tanto pun­gente quanto effi­cace spiega per­chè la pub­bli­cità — tra­di­zio­nale — è morta.

Gene­rale scarsa capa­cità di coin­vol­gi­mento con lin­guaggi e moda­lità di por­gere arcaici, anche per quanto riguarda l’advertising online, che non si sono ancora adat­tati ed evo­luti alla comu­ni­ca­zione digi­tale quale, ad esem­pio, l’imperversare di  ban­ner sem­pre più inva­sivi che sono la mera tra­spo­si­zione digi­tale di vec­chi schemi di comu­ni­ca­zione che, appunto, sono morti.

Alla visione del video sug­ge­ri­sco di abbi­nare la lezione di Alberto Abruz­zese, pro­fes­sore ordi­na­rio di socio­lo­gia dei pro­cessi cul­tu­rali e comu­ni­ca­tivi e diret­tore dell‘istituto di comu­ni­ca­zione presso l‘Università IULM di Milano, su nuovi media e nuovi linguaggi.

#YOUDRIVE
Pubblicato il 20 ottobre 2012 by Pier Luca Santoro

Lezioni di Guida per i Giornali

L’automotive, nel quale ho lavo­rato a lungo, è un set­tore che a mio avviso ha molte simi­li­tu­dini con quello edi­to­riale. In tutti e due i mer­cati è il chan­nel lea­der, l’editore o la casa auto­mo­bi­li­stica, a gover­nare, ad influen­zare pesan­te­mente tutta la catena a valle con le pro­prie scelte, le pro­prie politiche.

In entrambi i casi le reti distri­bu­tive si accol­lano l’onere impren­di­to­riale, il rischio d’impresa, ma sono gover­nate, o per­lo­meno for­te­mente con­di­zio­nate, dal pro­dut­tore che deter­mina assor­ti­mento, prezzo e poli­tica com­mer­ciale nel suo insieme. Entrambe sono, da tempo, in for­tis­sima sof­fe­renza e come non si con­tano le chiu­sure di con­ces­sio­na­rie di auto così avviene altret­tanto per le edi­cole. Entrambe, ancora, le reti di distri­bu­zione ven­dono, in man­canza di scelta di alter­na­tive reali, pro­dotti obso­leti nati più di un cen­ti­naio di anni fa e mai sostan­zial­mente mutati ma al mas­simo “rinnovati”.

Anche per que­sto motivo credo possa inse­gnare qual­cosa all’industria dell’informazione la recente ini­zia­tiva di Mer­ce­des Benz che ha lan­ciato due spot tele­vi­sivi per la nuova classe A in cui le per­sone sono invi­tate a sce­gliere, a sug­ge­rire come dovranno essere i pros­simi fil­mati pub­bli­ci­tari della sto­ria attra­verso Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag #YOUDRIVE.

Per ogni spot le per­sone sono invi­tate al canale spe­ci­fico creato su You­Tube per l’iniziativa, che ha già oltre 3,7 milioni di visua­liz­za­zioni, dove pos­sono creare la loro sto­ria. Anche i dati sulle pre­fe­renze espresse attra­verso la piat­ta­forma di micro­blog­ging da 140 carat­teri saranno inse­riti nello spot co-creato in que­sto modo con le persone.

Ali­men­tando la con­ver­sa­zione e sti­mo­lando la co-creazione i brand hanno la pos­si­bi­lità di atti­vare mag­giori, e soprat­tutto migliori rela­zioni con il pro­prio pub­blico, con le persone.

Sono lezioni di guida, anche, per i gior­nali dalle quali sarebbe col­pe­vole non trarre insegnamento.

Riassunto Vendite Giornali Digitali 2011 e Primo trim 2012
Pubblicato il 19 ottobre 2012 by Pier Luca Santoro

No Comment

Per una strana coin­ci­denza nello stesso giorno in cui il  «The Guar­dian» smen­ti­sce cate­go­ri­ca­mente le illa­zioni secondo le quali sarebbe pros­simo a diven­tare testata solo digi­tale,  «New­sweek» uffi­cia­lizza invece la ces­sa­zione dell’edizione car­ta­cea con la fine del 2012 [da leg­gere anche la nota interna allo staff del set­ti­ma­nale sta­tu­ni­tense sulla que­stione da parte di Tina Brown].

Sem­pre nello stesso giorno, il sot­to­scritto, ospi­tato da «Wired», soste­neva che i gior­nali hanno ancora biso­gno della carta, tra­sfor­mando, appa­ren­te­mente, le strane coin­ci­denze in destino bef­fardo. Arti­colo i cui con­te­nuti hanno avuto inter­pre­ta­zioni cor­rette e meno corrette.

La deci­sione del maga­zine sta­tu­ni­tense, che peral­tro non sor­prende, ha riac­cesso ine­vi­ta­bil­mente il dibat­tito, per usare una ter­mi­no­lo­gia in voga, tra rot­ta­ma­tori, coloro che vedono come ine­lut­ta­bile la ces­sa­zione delle ver­sioni tra­di­zio­nali di testate quo­ti­diane e perio­di­che, e rifor­ma­tori, coloro che riten­gono, come il mio caso, che la sfida da vin­cere sia quella della con­ver­genza, dell’integrazione, asse­gnando a cia­scun mezzo, carta inclusa, il suo ruolo e signi­fi­cato sia sotto il pro­filo dei con­te­nuti che di con­tri­bu­zione ai ricavi delle testate.

Juan Varela, che citavo anche un paio di giorni fa, ha rea­liz­zato un rias­sunto delle ven­dite di alcune delle prin­ci­pali testate a livello inter­na­zio­nale aggior­nata al primo tri­me­stre 2012. Una sin­tesi dello stato di imple­men­ta­zione dei pay­wall e di altri modelli di ven­dita per quanto riguarda le edi­zioni online/digitali.

Spic­cano le testate di infor­ma­zione eco­no­mica – finan­zia­ria, le uni­che ad avere un inci­denza della ver­sione digi­tale supe­riore al 30% del totale.

In molti casi pare essere pre­va­lente un modello “misto” con la ven­dita abbi­nata di carta+digitale. Un det­ta­glio non tra­scu­ra­bile nell’interpretazione del signi­fi­cato dei dati. Numeri che con­fron­tati alla situa­zione attuale di «New­sweek», che secondo quanto riporta il «The Wall Street Jour­nal», conta 27mila abbo­na­menti alla ver­sione digi­tale con­tro 1,37 milioni di abbo­na­menti per l’edizione car­ta­cea fanno appa­rire la scelta se non scel­le­rata sicu­ra­mente azzardata.

Ad oggi, come ricor­davo nel pre­ci­tato arti­colo di un paio di giorni fa, per il digi­tale, quasi, nes­suno ha un modello di busi­ness defi­nito, nes­suno ha ancora una rispo­sta certa sulla gestione soste­ni­bile di tran­si­zione, par­ziale o totale, da carta a digi­tale. I casi sin qui dimo­strano che spesso il pas­sag­gio è una fuga più che una scelta che ha por­tato al suc­cesso. Fuga che par­rebbe con­fer­mata dalle parole di Baba Shetty, CEO di «New­sweek», che in un’intervista rila­sciata ieri afferma che l’abbandono dalla carta stam­pata “li libera” e che il modello di busi­ness per il 2013 si basa fon­da­men­tal­mente su una cre­scita espo­nen­ziale degli abbo­na­menti alla ver­sione online/digitale.

No com­ment!

Al momento della pub­bli­ca­zione di que­sto arti­colo ne par­lano: WWD Media Head­li­nes, Gaw­ker, newsweek.tumblr.com, Jon Slat­tery, CNNMoney.com, Eco­no­mist, Poli­tico, Capi­tal New York, Fish­bo­wlNY, Busi­ness Insi­der, Quartz, TUAW, @gabrielsnyder, @mlcalderone, @jeffjarvis, @felixsalmon, JIMROMENESKO.COM, @ledbetreuters, Los Ange­les Times, Media Nation, Reu­ters, @jbflint, The Huf­fing­ton Post, Mar­ke­ting­Vox News & Trends, @sdkstl, @ryanbeckwith, @joshgreenman, The Atlan­tic Online, Wall Street Jour­nal, For­bes, @erichippeau, Daily Down­load, @editorialiste, Asso­cia­tions Now, @bronwen, Reu­ters, Poyn­ter, @edmundlee, @rajunarisetti, @obsoletedogma, @thedailybeast, Digi­day, Masha­ble!, Engad­get, Guar­dian, TVNew­ser, Fish­bo­wlDC, Folio, Bloom­berg, The Atlan­tic Wire, @jenny8lee, UPROXX, CJR, New York Maga­zine, Digi­tal Media Wire, Cana­dian Maga­zi­nes, @dylanbyers, CNET, Mediaite, The Week, The Awl, The Daily Cal­ler, Gal­ley­Cat, The Verge, Gotha­mist, Web­Pro­News, Media­Post, Vanity Fair, Social­Ti­mes, Deadline.com, Tampa Bay Times, Journalism.co.uk, Tech­Crunch, @thetinabeast, @johnbowman, @meenasaurus, @sirharryevans, @ditzkoff, @jerometaylor, New York Post, Tal­king Points Memo, @thatdanstewart, msnbc.com, USA Today, Pocket-lint, Agence France Presse, Noted, Guar­dian, All­ThingsD, Reco­ve­ring Jour­na­list, NYTi­mes, yelvington.com, pai­d­Con­tent, Vanity Fair, Free Press, Erik Wem­ple, LA Obser­ved, For­bes, eMe­dia Vitals, … e anche un arti­colo pub­bli­cato su The Eco­no­mist a giu­gno 2012.

Diffamazione Infografica
Pubblicato il 18 ottobre 2012 by Pier Luca Santoro

Diffamazione: Il Difficile Equilibrio tra Libertà di Stampa e Tutela dei Cittadini

Il caso Sal­lu­sti con­ti­nua a tenere banco in que­sti giorni ali­men­tando il dibat­tito sul tema della dif­fa­ma­zione a mezzo stampa e più in gene­rale sul dif­fi­cile equi­li­brio tra libertà di stampa e tutela dei cittadini.

Pare slit­tare la deli­be­rante per il ddl dif­fa­ma­zione, meglio noto con il nome di decreto “salva Sal­lu­sti”, con il Diret­tore del «Il Gior­nale» che gioca a fare il mar­tire spa­rando ad alzo zero con­tro tutti con un lin­guag­gio [ancora una volta?] da oste­ria, e la FNSI che con­corda sull’obbligo di ret­ti­fica e sug­ge­ri­sce l’istituzione di un “giurì per la lealtà dell’informazione” ma si dice prec­cu­pata dei lacci all’autonomia e alla libertà dell’informazione.

Sul tema l’infografica pub­bli­cata da «Lin­kie­sta» offre una pano­ra­mica della legi­sla­zione nei diversi Paesi d’Europa con la mag­gior parte delle nazioni che pre­ve­dono sia pene deten­tive che pene pecu­nia­rie rile­vanti. Una con­ferma di quanto allar­mi­smo si stia facendo sul tema in Ita­lia e della rile­vanza della que­stione attri­buita nelle nazioni con noi con­fi­nanti; in Ger­ma­nia, ad esem­pio, si arriva a pene che pos­sono essere sino a 5 anni di car­cere, nono­stante la Corte di Stra­sburgo con una sen­tenza del 2007 abbia affer­mato il contrario.

E’ pro­prio di que­sti temi di grande attua­lità che tratta Al Qaeda, Al Qaeda, docu-film di denun­cia, che fa luce su ciò che accade sull’altra fac­cia del mondo della dif­fa­ma­zione. Quella abi­tata dagli offesi e da chi ha pro­vato a difen­dersi, con­tro la disin­for­ma­zione e la per­se­cu­zione a mezzo stampa in Italia.

Il docu-film rico­strui­sce e narra sto­rie vere, attra­verso la testi­mo­nianza diretta degli inte­res­sati, mate­riale di archi­vio e scene ori­gi­nali, le sto­rie che giorno dopo giorno i media rac­con­tano agli ita­liani, senza rite­gno per la verità delle cose e molto spesso senza alcun rispetto per le per­sone che sono coinvolte.

Nel film si suc­ce­dono la sto­ria di Bep­pino Englaro, pro­ta­go­ni­sta della incre­di­bile gogna media­tica legata al dramma della figlia Eluana, la vicenda di Yous­sef Nada un ban­chiere musul­mano indi­cato dai gior­nali e poi da Bush tra i finan­zia­tori di Al Qaeda: tutto falso, come si è potuto dimo­strare in seguito. E poi le sto­rie di tante per­sone comuni, tutte unite dall’unico deno­mi­na­tore: l’avere incon­trato sulla loro strada il loro dif­fa­ma­tore, il car­ne­fice che ha tolto loro l’onore, la repu­ta­zione, l’identità.

Il docu­men­ta­rio, della durata di circa un’ora, sarà pre­sen­tato uffi­cial­mente oggi 18 otto­bre alle 18:00 presso il cinema Apollo in Gal­le­ria De Cri­sto­fo­ris a Milano in ante­prima nazio­nale per poi essere distri­buito attra­verso i canali “non uffi­ciali” in Rete, su iTunes..etc. Ed anche in dvd, posto in ven­dita al prezzo “popo­lare” di 8/10 euro.

Io ci sarò, ci vediamo lì?

PS: Spero che la pub­bli­ca­zione della coper­tina del DVD che riporta, anche, il mio nome, sia suf­fi­ciente come disclai­mer sul mio inte­res­sa­mento diretto alla questione.

Evoluzione Ricavi Industria Informazione
Pubblicato il 17 ottobre 2012 by Pier Luca Santoro

Domande Senza Risposta

Gan­net, media com­pany che con­trolla tra gli altri «Usa Today», ha annun­ciato, non senza orgo­glio, la bontà dei pro­pri risul­tati eco­no­mici nel pro­gres­sivo a fine set­tem­bre.  Ana­liz­zando il det­ta­glio si vede come la cre­scita mag­giore sia rela­tiva alla ven­dita di copie car­ta­cee dei diversi quo­ti­diani con­trol­lati dal gruppo e il digi­tale pesi “sola­mente” il 13,9% del totale ricavi.

Anche il Pre­si­dente di Prisa, gruppo che con­trolla «El Pais», quo­ti­diano spa­gnolo che ha accu­mu­lato per­dite per 200 milioni di euro tra il 2007 ed il 2012, difende la scelta di essere “digi­tal first” ma poi afferma che morirà facendo gior­nali di carta e che per il digi­tale nes­suno ha un modello di busi­ness defi­nito, che per quanto riguarda la red­di­ti­vità della Rete, del digi­tale, nes­suno ha ancora una risposta.

Mede­sima situa­zione al «The Guar­dian» con Andrew Mil­ler, CEO del Gruppo, che altret­tanto afferma quanto siano fan­ta­sti­che le oppor­tu­nità offerte dal digi­tale per poi ricor­dare che la ver­sione car­ta­cea pesa ancora il 70% dei ricavi e che con l’attuale mix è estre­ma­mente dif­fi­cile soste­nere un gior­na­li­smo di qua­lità e che è neces­sa­rio che i gior­nali tro­vino fonti di red­dito diverse dalle attuali.

The Media Brie­fing ha pub­bli­cato recen­te­mente una inte­res­sante rac­colta sulle tariffe alle quali i quo­ti­diani inglesi ven­dono la loro pub­bli­cità sia su carta che online che evi­den­zia come sia pro­fondo il gap tra il valore attri­buito ai let­tori tra la ver­sione tra­di­zio­nale e quella online con, ad esem­pio, il «Finan­cial Times» che a listino vende una pagina pub­bli­ci­ta­ria a colori a £58,600 [47,557 €] e £86 CPM [69,7 €] per la pro­pria ver­sione online, men­tre il «Mail Online», gior­nale con il mag­gior traf­fico al mondo vende i ban­ner a £20 CPM, con­fer­mando l’insostenibile leg­ge­rezza dell’audience inesitabile.

Sul tema Juan Varela, gior­na­li­sta e con­su­lente in ambito edi­to­riale, azzarda una pre­vi­sione dell’evoluzione a medio ter­mine delle attuali fonti di ricavo per l’industria dell’informazione nel suo com­plesso. Emerge come il 60% dei ricavi, anche nel medio periodo, il 60% dei ricavi sarà gene­rato dalla carta stam­pata. Anno­ve­ria­mola come la sesta ver­sione sul futuro dei gior­nali.

Molla
Pubblicato il 16 ottobre 2012 by Pier Luca Santoro

[Dis]Attenzione alle Notizie

Nell’appuntamento set­ti­ma­nale della mia rubrica per l’European Jour­na­lism Obser­va­tory si parte dalla pre­sen­ta­zione di Enrico Gaspe­rini, Pre­si­dente Audi­web, allo IAB Forum della scorsa set­ti­mana sull’evoluzione dell’audience online basata, ovvia­mente, su dati macro dell’istituto di rile­va­zione, per ana­liz­zare [dis]attenzione e [dis]interesse degli ita­liani verso le noti­zie o, almeno, verso, i siti dei quo­ti­diani — all digi­tal e non — nel nostro Paese.

Se, come anche il sot­to­scritto ritiene, il tempo speso è un indi­ca­tore signi­fi­ca­tivo per sta­bi­lire la sod­di­sfa­zione dell’audience, e di riflesso anche l’attrattività per gli inve­sti­tori pub­bli­ci­tari, pare che ci sia più di qual­che pro­blema da risol­vere per l’informazione online in Italia.

Buona let­tura.

Paid Circulation Newspapers
Pubblicato il 15 ottobre 2012 by Pier Luca Santoro

I 10 Anni che Hanno Sconvolto il Settore dei Media

Il Reu­ters Insti­tute for the Study of Jour­na­lism ha pub­bli­cato gio­vedì 11 otto­bre scorso “Ten Years that Shook the Media World”, ana­lisi, come lascia intuire il titolo, dello tzu­nami che ha attra­ver­sato i media negli ultimi dieci anni, dell’impatto dei cam­bia­menti e delle pro­spet­tive future.

Il rap­porto, scritto da Rasmus Kleis Niel­sen, ricer­ca­tore post dot­to­rando di RISJ, finan­ziato da The Open Society Foun­da­tions di Soros, ana­lizza come i media di sei nazioni occi­den­tali: Fin­lan­dia, Fran­cia, Ger­ma­nia, Ita­lia, Gran Bre­ta­gna & USA, e due Paesi delle eco­no­mie emer­genti, Bra­sile ed India, hanno affron­tato le enormi tra­sfor­ma­zioni dell’ultima decade.

Lo stu­dio, in 75 pagine, dopo la con­sueta intro­du­zione, si arti­cola in due filoni principali:

  • Le grandi domande sul futuro dei media, quali la fram­men­ta­zione e la fine delle audience mas­si­fi­cate, se sia effet­ti­va­mente la Rete ad aver ucciso i gior­nali tra­di­zio­nali di carta e se vi sia in atto “un’americanizzazione” del sistema media­tico mondiale
  • I grandi trend sull’uso dei media, sul mer­cato dei media e le pro­spet­tive eco­no­mi­che non­ché sulle poli­ti­che adot­tate dai media nel periodo considerato.

I risul­tati del rap­porto nel com­plesso evi­den­ziano come nono­stante le tra­sfor­ma­zioni, i pro­fondi cam­bia­menti avve­nuti, ed in corso, le imprese dell’industria dell’informazione tra­di­zio­nale, sia tele­vi­siva che della stampa, riman­gano asso­lu­ta­mente cen­trali nell’attuale – nuovo – eco­si­stema infor­ma­tivo. In tutti e 8 i Paesi presi in con­si­de­ra­zione le orga­niz­za­zioni tra­di­zio­nali con­ti­nuano ad atti­rare un numero supe­riore di per­sone rispetto ad ogni altro tipo d’impresa dei media. Una con­ferma impor­tante del valore dei new­sbrand.

La cre­scente quan­tità d’informazione dispo­ni­bile viene rite­nuta ele­mento di arric­chi­mento poi­ché in base a “pro­vi­sion”, quan­tità appunto di infor­ma­zione for­nita, “diver­sity”, ete­ro­ge­neità e mol­te­pli­cità delle fonti d’informazione e “reach”, quan­tità di per­sone rag­giunte dall’informazione, l’incremento è un fat­tore posi­tivo per la società e la demo­cra­zia. Tema che neces­sita di mag­gior appro­fon­di­mento a mio avviso.

Cre­scendo che però ha un risvolto di forte incre­mento della com­pe­ti­ti­vità come sot­to­li­nea Mas­simo Russo, Con­tent Mana­ger del gruppo edi­to­riale Espresso-Repubblica, che spiega: “ope­riamo in un mondo dove tutti – non solo l’industria dell’informazione – com­bat­tono per un solo obiet­tivo: cat­tu­rare l’attenzione delle per­sone. E que­sta atten­zione nella vita quo­ti­diana è una risorsa scarsa”. Aspetto che ine­vi­ta­bil­mente porta ad una fram­men­ta­zione mag­giore dell’audience e, come noto, erode la capa­cità di ven­dere spazi pub­bli­ci­tari basan­dosi su un pub­blico sta­bil­mente rile­vante in ter­mini numerici.

Il rap­porto con­ti­nua spie­gando che, pur non essendo facile iso­lare in ter­mini di ten­denza com­ples­siva l’importanza di una sin­gola entità, dei gior­nali car­ta­cei nello spe­ci­fico, al momento, con­tra­ria­mente ai nume­rosi pro­clami [pour cause?] sul tema, a comin­ciare dalla famo­sis­sima ultima pagina del NYTi­mes, che by the way avrebbe dovuto essere nel 2013, le evi­denze dello stu­dio con­fer­mano che le media com­pa­nies con­ti­nuano e con­ti­nue­ranno ad avere un ruolo centrale.

Al tasso annuale di decre­mento delle ven­dite di gior­nali car­ta­cei in Fin­lan­dia ci vor­ranno 70 anni ed in Fran­cia 20 prima di arri­vare all’attuale livello di ven­dite di quo­ti­diani in Ita­lia dice lo stu­dio, evi­den­ziando, al di là di ogni altra pos­si­bile con­si­de­ra­zione, il grave pro­blema di media edu­ca­tion, o forse più sem­pli­ce­mente di edu­ca­tion tout court, del nostro Paese.

L’impatto di Inter­net dipende esclu­si­va­mente dall’attuale, e futuro, modello di busi­ness di cia­scun sin­golo gior­nale, non da altro. Come emerso anche dalla ricerca di Enrico Finzi — Astra­Ri­cer­che su gli inter­nauti ita­liani e le news il modello pre­va­lente è “e e” e non “aut aut”, i nuovi mezzi si affian­cano ai vec­chi, in buona parte, non li sostituiscono.

Insomma, Inter­net non ha ucciso i gior­nali e la que­stione è stata abbon­dan­te­mente sovra­sti­mata, ana­liz­zando l’utilizzo dei media nel mondo si rileva chia­ra­mente come i vec­chi ed i “new media” coe­si­stano, sono più le attuali fasi cicli­che di sta­gna­zione e/o reces­sione dell’economia ad avere un impatto sui ricavi dell’industria dell’informazione che non la cre­scita della Rete. Quello che è avve­nuto è che alcune forme di comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria sul Web hanno distolto inve­sti­menti pub­bli­ci­tari dai gior­nali – di carta – che erano cre­sciuti nell’illusione della loro per­ma­nenza continua.

Il rap­porto, che per l’ennesima volta con­si­glio di leg­gere inte­gral­mente dedi­can­do­gli la dovuta atten­zione, con­clude argo­men­tando che nella fase attuale siamo all’inizio della fase di tra­sfor­ma­zione non alla sua fine e che attual­mente siamo tanto lon­tano dalla rivo­lu­zione di Inter­net quanto lo era­vamo nel 1500 dalla rivo­lu­zione della stampa. Per quanto mi riguarda sono sicuro che ci diver­ti­remo, pro­fes­sio­nal­mente parlando.

Cover Giornalista Fantasma
Pubblicato il 14 ottobre 2012 by Pier Luca Santoro

I Fantasmi del Giornalismo

E’ stato pub­bli­cato meno di un mese fa “Il gior­na­li­sta fan­ta­sma” e-book a cavallo tra il sag­gio ed il gior­na­li­smo nar­ra­tivo, più spesso noto come long form jour­na­lism, scritto dall’amico Carlo Felice Dalla Pasqua, capo­ser­vi­zio della reda­zione Inter­net del «Gazzettino».

Let­tura dav­vero con­si­gliata per grandi e pic­cini, per chi si occupa di gior­na­li­smo da tempo e per i gio­vani che si stanno avvi­ci­nando alla pro­fes­sione, descrive con pun­tua­lità ed effi­ca­cia le tra­sfor­ma­zioni del mestiere di gior­na­li­sta e l’impatto del digi­tale, dell’online per le reda­zioni e i gior­nali nel loro insieme.

Credo che il modo migliore per spie­gare il libro, ed incen­ti­varne la let­tura, sia ripren­den­done un pas­sag­gio, quello a pagina 15 che mi ha col­pito più di altri, nel para­grafo che ini­zia all’insegna di “Mostrare la noti­zia, non rac­con­tarla” e che esprime con­cetti che anche il sot­to­scritto, tra gli altri, ha cer­cato di iden­ti­fi­care.

La noti­zia non può più essere sol­tanto detta, deve essere mostrata: il gior­na­li­sta più bravo è colui che la mostra meglio, non colui che la scrive meglio o la scrive per primo. Nel tempo dell’information over­load si perde il valore asso­luto della velo­cità (basta non arri­vare dopo due giorni) ed emerge più nitido quello della pre­ci­sione, che è come un custo­mer care effi­ciente di un’azienda. E’ chiaro che in que­sto con­te­sto, anche la tanto rac­co­man­data bre­vità perde valore asso­luto: il let­tore si con­cede forse meno tempo prima di leg­gere, ma ne trova ancora meno quando si rende conto che le noti­zie sono quasi tutte uguali su qua­lun­que gior­nale. Essere ori­gi­nali ed essere anche lun­ghi (senza esa­ge­ra­zioni) può essere una carta vin­cente per recu­pe­rare l’attenzione dei lettori.

Il libro, in una dome­nica di piog­gia come oggi, si legge in gior­nata e con­sente di far lavo­rare la pro­pria testa ad un costo dav­vero irri­so­rio. Un’occasione da non per­dere per scac­ciare i fan­ta­smi del giornalismo.

Ad inte­gra­zione, il video su per­chè il pas­sato è diverso dal futuro, con­sta­ta­zione appa­ren­te­mente banale sulla quale poi non si riflette mai abba­stanza in realtà.

Doonesbury Informazione
Pubblicato il 13 ottobre 2012 by Pier Luca Santoro

Informazione?

L’abbondanza di infor­ma­zione in linea teo­rica è cer­ta­mente un van­tag­gio poi­chè dovrebbe essere ele­mento di arric­chi­mento. Ma è dav­vero così?

Danah Boyd, Senior Resear­cher per Micro­soft Research e Research Assi­stant Pro­fes­sor in Media, Cul­ture, and Com­mu­ni­ca­tion alla New York Uni­ver­sity [e molto altro ancora], inter­vi­stata da News.me dice la sua sul tema. Inter­vi­sta di cui non posso che con­si­gliare la let­tura inte­grale.

Riporto solo il pas­sag­gio conclusivo:

The public has access to infor­ma­tion in unpre­ce­den­ted ways. Unfor­tu­na­tely, it has access to good infor­ma­tion and access to shitty infor­ma­tion. For me, the chal­lenge is: How do you create media lite­racy? How do you get peo­ple to cri­ti­cally engage the news that’s avai­la­ble? These are issues we need to address, but the avai­la­bi­lity of infor­ma­tion is still ama­zing. And I think that’s part of what’s so ter­ri­fy­ing to peo­ple, that there’s so much infor­ma­tion out there.

More infor­ma­tion does not make a more infor­med popu­la­tion. We need to think about what it actually means to create a more infor­med society. We’re a long way away from that. But I don’t have some nostal­gic lust for the past, because I don’t think we’ve ever been truly informed.

Stessa cor­rente di pen­siero per Doo­ne­sbury nella stri­scia di dome­nica scorsa pun­gente ed effi­cace come d’abitudine.

Credo siano temi dei quali si discute troppo poco, forse troppo assil­lati dai modelli di busi­ness, dalla soste­ni­bi­lità eco­no­mica e dai ricavi calanti, o nulli, si rischia di per­dere di vista il focus: cos’è infor­ma­zione come si valuta la sua qualità?

Se il tema, come mi auguro, vi inte­ressa, con­si­glio di par­tire da que­sto arti­colo pieno di rimandi per appro­fon­dire incluso un mio minimo con­tri­buto sulla que­stione pub­bli­cato sul sito della Fon­da­zione Ahref quest’estate.

Profilo d'Immagine della Stampa
Pubblicato il 12 ottobre 2012 by Pier Luca Santoro

Il Futuro del Giornalismo in Italia

Ho par­te­ci­pato ieri al con­ve­gno sul futuro del gior­na­li­smo nel nostro Paese: “Ping pong tra carta e rete”.

Nel corso dell’incontro, orga­niz­zato dall’ODG Lom­bar­dia, dopo l’introduzione di Leti­zia Gon­za­les, Pre­si­dente Ordine dei gior­na­li­sti della Lom­bar­dia, sono stati pre­sen­tati i risul­tati di una ricerca di Enrico Finzi-AstraRicerche su gli inter­nauti ita­liani e le news, L’indagine è stata rea­liz­zata tra­mite 816 inter­vi­ste on line som­mi­ni­strate con il metodo CAWI [Com­pu­ter Aided Web Inter­viewing] a un cam­pione della popo­la­zione ita­liana 15-55enne acce­dente a Inter­net, rap­pre­sen­ta­tivo di un uni­verso di circa 20.3 milioni di persone.

Pur trat­tan­dosi dun­que di un cam­pione par­ziale poi­chè non tiene in con­si­de­ra­zione altre fasce d’età che hanno un loro peso e, soprat­tutto, non ana­lizza “l’altra metà del cielo”, il 50% circa degli ita­liani che non acce­dono ad Inter­net, i risul­tati emer­genti ed il com­mento dell’istrionico Finzi sono comun­que d’interesse.

Altret­tanto inte­res­santi alcuni degli spunti emersi dal dibat­tito, mode­rato da Raf­faella Calan­dra, inviata di Radio 24 Vice diret­trice del Master Ifg/Scuola di gior­na­li­smo Wal­ter Tobagi, che è seguito alla pre­sen­ta­zione dei risul­tati della ricerca a cui hanno par­te­ci­pato Giu­lio Anselmi, Pre­si­dente FIEG, Mario Gior­dano, Diret­tore di TgCom, Clau­dio Giua, Diret­tore svi­luppo e inno­va­zione Gruppo L’espresso/Repubblica, , Danda San­tini, Diret­trice di «Elle», Bar­bara Ste­fa­nelli, Vice Diret­tore «Cor­riere della Sera» e Eric Syl­vers, cor­ri­spon­dente da Milano del «Finan­cial Times».

Nella pre­sen­ta­zione dei risul­tati della ricerca, tur­bati par­zial­mente da alcuni lun­ghi minuti di black out, Finzi esor­di­sce citando il forte incre­mento di per­sone che acce­dono alla Rete rispetto ai dati emer­genti dalla stessa ricerca effet­tuata nel 2009. Un  fatto più che noto che però, spiega, di fatto “annac­qua” l’audience in ter­mini di cul­tura di valore dell’informazione.

Sem­pre  in rife­ri­mento alla pre­ce­dente edi­zione emerge una dieta media­tica più povera, cre­sce l’utilizzo dei media, e di Inter­net in par­ti­co­lare, ma dimi­nui­sce la mul­ti­me­dia­lità, si osserva una certa dimi­nu­zione del numero delle fonti uti­liz­zate da chi accede alla Rete anche se il modello pre­va­lente è “e e” e non “aut aut”, i nuovi mezzi si affian­cano ai vec­chi, in buona parte, non li sostituiscono.

Un ulte­riore ele­mento rile­vante che emerge dai risul­tati della ricerca è rela­tivo al basso grado di fide­liz­za­zione con la ricerca di infor­ma­zioni, e dun­que l’accesso, effet­tuata pre­va­len­te­mente attra­verso i motori di ricerca. Si con­ferma lo stra­po­tere delle ver­sioni online dei quo­ti­diani tra­di­zio­nali rispetto ai pure players all digi­tal [51,1% ver­sus 33,1%] e la forte influenza dei social net­work [43%] con 9 milioni di per­sone che rica­vano infor­ma­zione dai con­tatti al loro interno.

Pro­blemi sia per la carta stam­pata che non offre quello che la gente vuole, si atten­de­rebbe, che per l’informazione online che sof­fre di carenza di affi­da­bi­lità, di auto­re­vo­lezza. Le mag­giori pro­ble­ma­ti­che però riguar­dano la tele­vi­sione che non ha ele­menti di lea­der­ship, ina­de­guata, in par­ti­co­lare, per quanto riguarda la qua­lità dei testi e dell’insufficiente documentazione.

In gene­rale, esa­mi­nando i trends 2009–2012 dei pro­fili d’immagine dei tre macro-media, si nota che essi sono peg­gio­rati nell’ultimo trien­nio: pres­so­ché sem­pre per la tele­vi­sione e per Inter­net [l’unica ecce­zione in quest’ultimo caso riguarda la sua lie­ve­mente mag­gior capa­cità di espri­mere e rac­con­tare le realtà locali], con veri e pro­pri tra­colli – per il solo com­parto radio-televisivo – per quel che attiene all’indipendenza, all’assenza di esa­ge­ra­zione, alla serietà affi­da­bile, alla competenza/professionalità, all’autorevolezza dei com­menti qua­li­fi­cati, alla plu­ra­lità di voci e tesi a con­fronto, alla viva­cità e all’aggressività, alla qua­lità e all’efficacia delle immagini.

La stampa pre­senta trends con­trad­dit­tori: forti peg­gio­ra­menti si regi­strano per le news diver­tenti e sim­pa­ti­che, vivaci e aggres­sive, senza esa­ge­ra­zioni, repe­ri­bili in ogni momento, senza cen­sure o mani­po­la­zioni, pre­cise e docu­men­tate, ben scritte, facili da archi­viare, con belle imma­gini effi­caci, ampie e appro­fon­dite, indi­pen­denti da qua­lun­que potere, facili da tro­vare, com­pe­tenti e pro­fes­sio­nali. Ma è vero anche che essa gua­da­gna molti punti se si fa rife­ri­mento alla chia­rezza e alla com­pren­si­bi­lità e spe­cial­mente alla pos­si­bi­lità di tro­vare testate coe­renti con le pro­prie convinzioni.

E’ circa il 42% delle per­sone a dare un giu­di­zio posi­tivo dell’informazione in Rete, favore per Inter­net quale source of infor­ma­tion  legato anzi­tutto all’esistenza di alcuni siti/blog/communities ove si può tro­vare un’informazione seria e affi­da­bile [36%], all’impegno dei gior­na­li­sti [che garan­ti­scono pro­fes­sio­na­lità e rispetto della deon­to­lo­gia], meno spesso al citi­zen jour­na­lism, con­si­de­rato più indi­pen­dente e spesso miglior ‘diretto testi­mone’ di altre fonti. Una scure sul valore dato nel com­plesso alle edi­zioni online dei giornali.

Il pro­filo d’immagine ideale delle informazioni/notizie e quello dei mezzi

Con­fer­mate le dif­fi­coltà sulla pro­pen­sione delle per­sone a pagare per l’informazione online con una pro­ie­zione nel breve-medio periodo del 15% delle per­sone pari a 3 milioni di ita­liani, con­tro i 4,5 milioni di copie gior­na­liere ven­dute in edi­cola nel com­plesso, dispo­ni­bili a pagare alcuni cen­te­simi di euro per avere informazioni/ noti­zie e/o com­menti e/o docu­men­ta­zione d’archivio di qualità.

Situa­zione ulte­rior­mente aggra­vata dal gap tra i ricavi dalla pub­bli­cità online e quella sulla ver­sione car­ta­cea che, secondo quanto rac­conta Vice Diret­tore del «Cor­riere della Sera»per il suo gior­nale si atte­sta , media­mente, in un rap­porto di 1:7.

Insomma, l’offerta dei media e del gior­na­li­smo appare nel com­plesso non sod­di­sfa­cente, debole sia per nei con­fronti delle per­sone che degli inve­sti­tori pub­bli­ci­tari evi­den­ziando quanto sia ancora lungo e dif­fi­cile il per­corso da com­piere. Inte­res­sante in tal senso il sug­ge­ri­mento con­clu­sivo di Finzi di isti­tuire una sorta di “bol­lino di garan­zia dell’informazione” con un nuovo ruolo dell’Ordine dei Gior­na­li­sti che dovrebbe tra­sfor­marsi in isti­tuto di qua­lità dell’informazione, essere “il colino a buchi stretti” su etica e qua­lità del gior­na­li­smo italiano.

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