La Rivoluzione NON è Annunziata

Come previsto, pochi minuti dopo la mezzanotte è stato annunciato che «Huffington Post Italia» è online.

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Stesso “family feeling”, stessa impostazione grafica delle altre versioni con lo splash fotografico della notizia principale a tutta pagina e la disposizione su tre colonne idealmente suddivise in informazioni/notizie, curiosità/gossip e blog, sono le caratteristiche del visual del sito anche per la versione in italiano dell’HuffPost.

Strutttura editoriale relativamente snella con una quindicina di giornalisti, oltre alla Direttrice Lucia Annunziata, e 189 blog/blog [anche se al momento della redazione di questo articolo sono attivi 17] “di fama” dall’ ex Ministro dell’Economia Giulio Tremonti a Maurizio Landini, Segretario Generale FIOM, passando per il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Antonio Catricalà e Lele Rizzo del movimento NOTAV e del centro sociale torinese Askatasuna.

Oltre alle considerazioni sull’eticità di intraprendere un’attività a fini di lucro basandosi ampiamente sul lavoro non retribuito, vi sono anche altri aspetti che, in riferimento alla versione italiana ed al panorama informativo del nostro Paese, mi pare opportuno considerare.

La versione Spagnola, l’ultima nata, dopo un mese, a fine luglio di quest’anno, secondo quanto dichiarato dalla Direttrice Montserrat Domínguez, avrebbe raggiunto 1,2 milioni di utenti unici e 10 milioni di pagine viste. Numeri che, in assenza di dati ufficiali [che non sono riuscito a trovare, sorry], vanno presi con le pinze poichè possono variare significativamente in funzione della fonte, che sicuramente beneficiano di visite dall’America Latina così come avviene per «El Pais», «El Mundo» e le altre testate online in castellano.

Anche la versione francese, realizzata in partecipazione con Le Monde e LNEI [Les Nouvelles Editions Indépendantes], anche se si posiziona al di sotto dei principali giornali online della Francia, ha numeri interessanti con quasi 7 milioni di utenti unici nel mese e 18,5 milioni di pagine viste. Ancora una volta una parte del traffico [ circa il 20% da febbraio, dalla nascita, ad agosto] arriva dall’estero, da altre nazioni in cui si parla francese presumibilmente, e non sono mancate le polemiche sui vantaggi ottenuti grazie al fatto di essere sorto sulle ceneri di «LePost» e sulla bassa capacità di attrazione che paiono avere gli articoli prodotti dai blogger d’oltralpe che generano solamente l’8% del totale delle visite mensili.

Secondo Riccardo Luna, «Huffington Post Italia» è un “game changer , ovvero un fatto destinato a cambiare le regole del gioco per quel che riguarda l’editoria”. Già dal titolo che ho dato all’articolo avrete capito che evidentemente non sono d’accordo con la sua visione.

Spiega bene Luca Sofri i motivi di successo del “modello HuffPost”, il problema è che questo modello in Italia già esiste ed è rappresentato dall’edizione online del  «Il Fatto Quotidiano» che ha già realizzato, più o meno esattamente, quello che la neonata testata all digital si propone di fare, dall’attenzione ai social network [803mila fans su Facebook e 387mila followers su Twitter al momento] ai numerossimi blog – gratuitamente – ospitati nella sua edizione online.

Modello che, secondo i dati Audiweb di Luglio, genera 251mila utenti unici e 952mila pagine viste. Numeri che, pur nella loro rilevanza nel panorama delle testate online, danno, anche, la dimensione delle differenze di potenzialità in Italia rispetto alle altre nazioni dove è stato applicato “il modello HuffPost” e che al tempo stesso costituiscono barriera per la versione italiana.

Elementi che nel loro insieme evidenziano come la rivoluzione non sia annunciata [o annunziata se si preferisce], anche perchè arruolare folle di blogger che scrivono gratuitamente e/o utilizzare social network e SEO alle porte del 2013 non può davvero considerarsi innovativo o “rivoluzionario”, e che determinano il perchè nel nostro Paese non sarà il successo di altre nazioni finendo probabilmente per minare la già precaria salute economica delle testate all digital italiane. Forse l’unico vero vantaggio sarà per il gruppo Espresso-Repubblica che potrà sperimentare cose che sulla corazzata, nell’edizione online di «Repubblica», non vuole/non può permettersi di fare.

Ciò detto, comunque, per principio, non posso che augurare la migliore sorte ad «Huffington Post Italia».

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Pier Luca Santoro

Marketing & Communication at DataMediaHub
Pier Luca Santoro è un esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub . Dal 1998 opera come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private, associazioni di categoria e amministrazioni pubbliche. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment, nell’utilizzo dei giochi come medium e la gamification.
Dal 1987 in poi é stato responsabile del marketing e dell’organizzazione commerciale di grandi imprese [Star, Giuliani, Bonomelli].
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12 Commenti su La Rivoluzione NON è Annunziata

    • Ben [ri]trovato Roberto.
      Infatti, come avrai letto, non ne faccio una questione solo legata alla non retribuzione dei “blogger” ma di strategia editoriale e scelte che applicano un modello “pret a porter” senza considerare la realtà italiana.
      Buona giornata
      Pier Luca

  1. Il mio problema con l’Huffington Post versione Italiana è che non vedo facce né nuove né giovani e per me questo è uno sbaglio.
    Lucia Annunziata è del 1950, ormai ha 62 anni ed è una bravissima giornalista, ma non ha nessuna esperienza con i blog. Quindi, perché è lì? E sentivamo proprio la mancanza di pezzi scritti da Tremonti, Renzi, Fini e Vendola?
    Visto così per certi aspetti non mi sembra così diverso da una versione web di Servizio Pubblico, dove parlano sempre i soliti e ogni tanto ci mettono il giovane di turno che spiega che noi gggiovani siamo precari e quindi ce ne andiamo all’estero.
    Aggiungo una postilla sulla faccenda dei blogger non pagati – Ci può stare che qualcuno creda nel progetto e lo faccia perché ha voglia di far sentire la sua voce. E sinceramente mi girerebbero a mille se gente come quelli citati sopra dovesse prendere soldi (diciamocelo tranquilli: ne hanno già abbastanza). Ma a mio avviso si dovrebbe pensare ad una retribuzione proprio per i gggiovani blogger precari, perché pure il blogger deve mangiare di tanto in tanto (no, il fatto che in america i blogger non vengano pagati non è una giustificazione).

  2. Oggi, l’HuffingtonPost di Lucia Annunziata ‘apre’ con un intervista a Silvio Berlusconi. La scelta, francamente, mi appare davvero infelice – e non per ‘pregiudizio’ nei confronti dell’uomo. L’Huff si presenta come “un nuovo media per un nuovo mondo”, e quindi esordire mettendo al centro il “vecchio mondo”, per di più nella persona più lontana dai nuovi media che ci sia, mi sembra una contraddizione di termini.
    Ratificata, direi, dell’intervista stessa. Lui è immutabilmente se stesso. Sembra di essere davanti ad un Berlusconi ibernato, sentendo la sua voce registrata chissà quando. Ripete le stesse min***ate da quasi vent’anni, ormai è decisamente noioso.
    Anche volendo cercare qualche spunto per polemizzare, ci si trova in difficoltà, perchè ogni parola, ogni pensiero (?), e già stato detto e ridetto, è solo ‘rumore di fondo’.
    Davvero parte male, l’Huff-Italia…

  3. C’è un altro aspetto che mi lascia perplesso. Critichiamo aspramente la Tv perché copia format studiati per altre culture e altri Paesi e li trapianta così come sono nei nostri palinsesti e, ora ci troviamo a commentare il ctrl-v del sito di Arianna Huffington. Dov’è la novità? Nel fatto che anche il Web si è piegato alla logica dei format sperimentati altrove e importati senza troppe discussioni? Per favore. Perché non cercare, invece, di studiare una via italiana al giornalismo online che dia una risposta originale alla vera domanda che, in questo momento, è: “come facciamo sì che gli watchdog della società, blogger o giornalisti che siano, possano campare del loro lavoro in strutture che possano sopravvivere in autonomia?”. Il Nyt, per quanto in crisi, ha un reparto di ricerca e sviluppo. I nostri editori che fanno?

    • Certo. Non era chiaro? Ne parlavo tempo fa con Nicola Bruno che nel suo lavoro per l’Oxford Journalism institute mi diceva proprio delle difficoltà di armonizzazione dei dati con italiani sui visitatori uncini giornalieri e gli altri in Europa mensili.
      Ci vediamo a Pisa.
      Un abbraccio
      PL

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