maggio 2012

Posted on 26 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

Linkiesta Deve Ricapitalizzare

Già il recente rap­porto, rea­liz­zato da Nicola Bruno e Rasmus Kleis Niel­sen per il Reu­ters Insti­tute for the Study of Jour­na­lism, aveva evi­den­ziato come per le start up all digi­tal dell’informazione del nostro paese la soprav­vi­venza fosse da con­si­de­rarsi un successo.

«Ita­lia Oggi» ieri ha ripor­tato alcune indi­scre­zioni rela­tive ad una di esse: «Lin­kie­sta». Secondo quanto pub­bli­cato i ricavi annuali attual­mente si atte­ste­reb­bero intorno ai 400mila euro men­tre i costi, in base a quanto dichia­rato dal Diret­tore Jacopo Ton­delli e pub­bli­cato nel pre­ci­tato stu­dio RSJ, si aggi­re­reb­bero intorno agli 800mila euro all’anno. Da qui la neces­sità di liqui­dità con gli 80 soci del quo­ti­diano online only a rica­pi­ta­liz­zare per un totale di un milione di euro.

Nuovo ossi­geno all’impresa del gior­nale che spera di arri­vare a break even, e dun­que di gere­rare ricavi per 800/850mila euro, entro un anno e mezzo gra­zie ad una migliore rac­colta pub­bli­ci­ta­ria affi­data, pare, ad una nuova con­ces­sio­na­ria, accordi con siti euro­pei d’informazione gior­na­li­stica,  per creare un net­work inter­na­zio­nale che con­di­vida noti­zie e appro­fon­di­menti e raf­for­zarne la visi­bi­lità, e di con­se­guenza il valore, agli occhi degli inser­zio­ni­sti pubblicitari.

Aumento dei ricavi che passa anche attra­verso una diver­si­fi­ca­zione ed un amplia­mento dell’offerta con for­ni­tura di con­te­nuti pro­pri ori­gi­nali a terzi, ad altre testate, e la pub­bli­ca­zione di e-book. Pro­ba­bile anche l’ingresso di un nuovo socio di capi­tali stra­niero, pare statunitense.

Ovvia­mente non si pos­sono che fare i migliori auguri di suc­cesso a «Lin­kie­sta». Allo stato attuale si con­ferna che “sur­vi­val is suc­cess”.

Posted on 25 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

Il Kit del Giornalismo Partecipativo [e dintorni]

Il «The Guar­dian» pro­se­gue senza esi­ta­zioni sulla strada del gior­na­li­smo partecipativo.

Dopo aver creato ad otto­bre dell’anno scorso «n0tice», open com­mu­nity per la con­di­vi­sione di noti­zie locali e non solo, poi aperta a tutti dal marzo di quest’anno, ora mette a dispo­si­zione “the open jour­na­lism tool­kit”, un set di stru­menti per il gior­na­li­smo partecipativo.

L’iniziativa, secondo quanto dichia­rato, si rivolge sia alle per­sone che ad altre orga­niz­za­zioni edi­to­riali e per­sino alle imprese che voles­sero uti­liz­zare que­sti stru­menti per rea­liz­zare cam­pa­gne di coin­vol­gi­mento del pub­blico di rife­ri­mento a livello locale.

Il set di stru­menti com­prende un tool per la rea­liz­za­zione di mappe co create, uno per creare bache­che vir­tuali di aggre­ga­zione e con­di­vi­sione di con­te­nuti e mette a dispo­si­zione dei pro­gram­ma­tori le API [l’interfaccia di pro­gram­ma­zione] per ulte­riori svi­luppi e appli­ca­zioni della piat­ta­forma e per la con­di­vi­sione dei con­te­nuti sugli altri social net­work. A breve sarà resa dispo­ni­bile anche l’applicazione per smartphones.

Che la solu­zione, anche per le imprese del com­parto edi­to­riale, sia nel recu­pero, miglio­ra­mento della rela­zione con i let­tori, con le per­sone, e loro coin­vol­gi­mento, anche, attra­verso la crea­zione di com­mu­ni­ties pro­prie­ta­rie è una delle tesi che sostengo da tempo. A que­sto punto del per­corso ritengo però neces­sa­rio entrare mag­gior­mente nel merito di alcuni aspetti che carat­te­riz­zano que­ste ini­zia­tive, incluse quelle pre­ge­voli del quo­ti­diano anglosassone.

C’é un aspetto di metodo. La co crea­zione, quella genuina, vera, si rea­lizza a par­tire dall’inizio del pro­cesso coin­vol­gendo le per­sone, il pub­blico di rife­ri­mento sin dallo stato embrio­nale del pro­getto chie­dendo loro ed inter­fac­cian­dosi su quello che vor­reb­bero veder rea­liz­zato e dun­que sono dispo­ni­bili a par­te­ci­pare atti­va­mente a rea­liz­zare. Que­sto sin ora, in ambito edi­to­riale, non mi pare sia mai stato real­mente effettuato.

Se le moda­lità descritte non ven­gono por­tate avanti in que­sto modo, in realtà il pro­cesso resta top down e dun­que, a mio modo di vedere, non real­mente aperto e partecipativo.

C’é, anche, un aspetto di merito. Il saving eco­no­mico otte­nuto gra­zie alla col­la­bo­ra­zione gra­tuita, non remu­ne­rata, del “reporter-lettore e le reve­nues aggiun­tive che que­ste ini­zia­tive appor­tano, come sot­to­li­neavo al Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo,  devono final­mente inclu­dere cri­teri di reve­nues sha­ring, di con­di­vi­sione anche dei ricavi che si gene­rano e non solo “ric­chi premi e cotillons”.

«The Guar­dian», ha pen­sato anche a que­sto, sin ora, in attesa del lan­cio di Eta­lia, mi pare l’unico ad averlo fatto.

Attra­verso la comu­ni­ca­zione, il tra­sfe­ri­mento mutuo di con­te­nuti, la rela­zione, si diviene lea­der del con­te­sto eco­no­mico e sociale, si tra­smet­tono dei valori di rife­ri­mento che con­sen­tono di influen­zare il rap­porto con le per­sone, con i pub­blici di rife­ri­mento. Non è neces­sa­rio rifarsi alle più avan­zate teo­rie di social media mar­ke­ting, basta andarsi a leg­gere la sto­ria di Adriano Oli­vetti e dell’impresa che por­tava il suo nome per capirlo.

Le “rivo­lu­zioni”, qual’è quella che sta tra­sfor­mando l’ecosistema dell’informazione, si fanno con le per­sone non a spese loro.

A mar­gine, come com­ple­mento infor­ma­tivo, si con­si­glia la let­tura di: Guardian’s open jour­na­lism is a fai­led busi­ness model.

Posted on 24 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

I Media e la Rivoluzione Digitale

John Paton, ammi­ni­stra­tore dele­gato di Digi­tal First Media, la seconda impresa d’informazione negli Stati Uniti con 10mila addetti, un fat­tu­rato di 1.400 milioni di dol­lari e 57 milioni di clienti svi­lup­pato con 800 pro­dotti edi­to­riali tra carta e online, inter­vi­stato dal «El Pais» spiega i suc­cessi del modello di busi­ness adot­tato dall’azienda da lui diretta.

Un approc­cio che, come dice già il nome, si fonda sulla prio­rità data al digi­tale rea­liz­zato sulla revi­sione com­pleta, ini­ziata tre anni fa, demo­lendo com­ple­ta­mente il pre­e­si­stente per rico­struire tutto di nuovo par­tendo da zero.

Rac­conta Paton che più un con­te­nuto è con­di­viso in Rete mag­giore è il valore che genera, creando mag­gior traf­fico, mag­giori visite e con­sen­tendo così di mone­tiz­zare e spiega che ora il 25% degli accessi arriva da social network.

Una rivo­lu­zione che passa ine­vi­ta­bil­mente per l’organizzazione e per le com­pe­tenze delle per­sone inpie­gate, che coe­ren­te­mente con la stra­te­gia defi­nita sono tutte con espe­rienza in ambito digi­tale, e che si tra­sforma in valore, in ricavi, con lo svi­luppo di una pro­pria piat­ta­forma per la ven­dita della pub­bli­cità che dopo aver gene­rato il primo anno sola­mente 800mila dol­lari rea­lizza ora 1,5 milioni di dol­lari ogni tre set­ti­mane [pari a 26 milioni annuali].

Il CEO di Digi­tal First media con­clude con elogi ad Alan Rusbrid­ger e al «The Guar­dian» per la voca­zione all’open jour­na­lism e la man­canza di timore nello spe­ri­men­tare.

Spe­ri­men­ta­zioni e crea­zione di comu­nità del quo­ti­diano anglo­sas­sone che sono parte inte­grante, a mio avviso essen­ziale, anche di Digi­tal First Media, anche se Paton nell’intervista, non lo dice, come testi­mo­nia la rea­liz­za­zione dei new­sroom cafè.

L’evoluzione è quella dai new­spa­per ai new­sbrand come testi­mo­niato dall’inglese New­spa­per Mar­ke­ting Agency, ora rino­mi­nata in New­sworks, asso­cia­zione che mira a valo­riz­zare i gior­nali presso agen­zie pub­bli­ci­ta­rie ed inve­sti­tori pub­bli­ci­tari, che prende atto del cam­bia­mento, del pas­sag­gio ad un ambiente mul­ti­piat­ta­forma e, appunto, intro­duce il con­cetto di new­sbrand, di imprese, di mar­chi edi­to­riali che offrono infor­ma­zione, e solu­zioni di comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria, non più solo sulla carta ma sull’intera gamma di sup­porti infor­ma­tivi disponibili.

Un pas­sag­gio tanto inne­ga­bile quanto non tra­scu­ra­bile che dovrebbe essere visto in un’ottica di inte­gra­zione, di con­ver­genza anzi­chè di con­trap­po­si­zione con la carta come ahimè spesso avviene, come ricorda anche Jon O’Donnell, Diret­tore Com­mer­ciale, del «The Lon­don Eve­ning Stan­dard» che effet­tua in forte richiamo alla realtà attuale.

E’ la rile­vanza, per il pub­blico e per gli inve­sti­tori, la chiave dell’era digi­tale. La qua­lità del discorso defi­ni­sce ine­vi­ta­bil­mente la qua­lità della con­ver­sa­zione, ripor­tando così l’industria dell’informazione al cen­tro degli inte­ressi delle persone.

Social Media Potezialità ed Uso Effettivo bis
Posted on 23 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

Dicotomie in Salsa Social

Goo­gle ha com­mis­sio­nato a Mill­ward Brown una ricerca paneu­ro­pea sull’impiego nelle aziende di social media e, più in gene­rale, degli stru­menti social.

Lo stu­dio, effet­tuato nella prima metà di marzo di quest’anno, ha coin­volto un cam­pione di 2700 pro­fes­sio­nals dipen­denti in aziende, di 8 seg­menti di mer­cato diversi dai tra­sporti alle tele­co­mu­ni­ca­zioni pas­sando per beni di largo con­sumo e media/pubblicità, in Ita­lia, Gran Bre­ta­gna, Fran­cia, Ger­ma­nia, Olanda, Spa­gna e Sve­zia. Il peso di ogni nazione è stato attri­buito in base al PIL della stessa. I risul­tati sono stati pub­bli­cati il 15 mag­gio scorso.

L’indagine sfata il mito che i social media siano, nell’utilizzo da parte dei dipen­denti, ele­mento di distra­zione e di per­dita di tempo, come riten­gono molte imprese, che per­si­stono a bloc­carne inu­til­mente l’accesso che avviene ugual­mente attra­verso gli smart­pho­nes ormai dif­fu­sis­simi, iden­ti­fi­cando il poten­ziale di que­sti mezzi, di que­sti stru­menti di comu­ni­ca­zione sia interna che esterna per le imprese.

Ita­liani e spa­gnoli a pari merito gui­dano la clas­si­fica degli entu­sia­sti nell’utilizzo dei social media. Com­ples­si­va­mente sono i pro­fes­sio­nal di mag­gior senio­rity, di mag­gior anzia­nità a mostrare mag­gior inte­resse ad impie­gare que­sti mezzi, le aziende che hanno una por­tata inter­na­zio­nale e che appar­ten­gono alla distri­bu­zione [al com­mer­cio], al largo con­sumo ed a media/pubblicità.

Con accenti diversi si evi­den­zia una forte dico­to­mia tra le poten­zia­lità attri­buite e l’impiego che effet­ti­va­mente se ne fa all’interno delle imprese. Una con­trad­di­zione che, se da un lato lascia spe­rare ad un uti­lizzo mag­giore in futuro, dall’altro lato foto­grafa con pre­ci­sione la situa­zione attuale di ine­spe­rienza ed incer­tezza già testi­mo­niata dalla social media ina­bi­lity delle aziende del nostro Paese.

Un approc­cio poco strut­tu­rato alla mate­ria come evi­den­zia, anche, Michele Boroni che parla di con­ver­sa­zione inso­ste­ni­bile, citando i risul­tati di un altra ricerca in mate­ria, che si mani­fe­sta sia in chiave di comu­ni­ca­zione interna che per quanto riguarda l’utilizzo cor­po­rate dei social media come mezzo di comu­ni­ca­zione verso l’esterno dell’impresa.

Insomma, i social media sono apprez­zati ma sot­tou­ti­liz­zati. Dico­to­mie in salsa social che sta­bi­li­scono l’attuale distanza tra i com­pr­ta­menti delle per­sone e quelli di molte imprese.

Posted on 22 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

Digital & Open

Anche que­sta set­ti­mana all’interno della mia colonna per l’ Euro­pean Jour­na­lism Obser­va­tory pro­se­gue la serie di case stu­dies sulle prin­ci­pali testate gior­na­li­sti­che del vec­chio continente.

Dopo aver ana­liz­zato, in ordine cro­no­lo­gico di pub­bli­ca­zione, «Il Sole24Ore», «Le Monde», «El Pais» ed in ultimo il «Finan­cial Times», que­sta set­ti­mana ven­gono esa­mi­nati i risul­tati, e le moti­va­zioni degli stessi, di uno dei quo­ti­diani gene­ra­li­sti più auto­re­voli a livello inter­na­zio­nale: il «The Guardian».

Ad un anno dall’annuncio dell’adozione di una stra­te­gia “digi­tal first” il punto della situa­zione del quo­ti­diano anglosassone.

Stiamo così creando all’interno dell’Osservatorio Euro­peo di Gior­na­li­smo, credo di poter dire, un archi­vio libe­ra­mente con­sul­ta­bile di diverse posi­zioni ed approcci al “dilemma del pri­gio­niero”, in modo da for­nire a chi lo desi­deri gli ele­menti di base per il ben­ch­mar­king rispetto alla pro­pria realtà edi­to­riale. Ci man­te­niamo anche noi, così come il «The Guar­dian», digi­tal e open.

Buona let­tura e buon lavoro.

Newer Posts
Older Posts
Vai alla barra degli strumenti