maggio 2012

Pubblicato il 31 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

Condivisioni Sulla Carta

Se la carta stam­pata ha da sem­pre il van­tag­gio della con­di­vi­sione di let­tura, come testi­mo­niano banal­mente i quo­ti­diani nei bar la cui frui­zione della sin­gola copia è da parte di molte per­sone, ora è pos­si­bile con­di­vi­dere le pro­prie rivi­ste pre­fe­rite anche in Rete.

E’ da que­sto mese on line infatti Mag­pile, un social net­work per appas­sio­nati di rivi­ste. L’idea è simile a quella di Goo­dreads ma al posto dei libri sono i maga­zine pro­ta­go­ni­sti. Allo stato attuale la mag­gior parte delle testate sono inglesi ed euro­pee, se la rivi­sta è già pre­sente è pos­si­bile impi­larla  all’archi­vio esi­stente, in alter­na­tiva è pos­si­bile aggiun­gerla creando un nuovo archi­vio dedicato.

Le rivi­ste pos­sono essere anche inse­rite nella pro­pria wishlist, lista dei desi­deri. Al momento la testata più popo­lare, più cari­cata e con­di­visa è «Mono­cle», [quasi] men­sile bri­tan­nico. Ovvia­mente, come avviene in ogni social net­work, è pos­si­bile seguire altre per­sone, com­men­tare e discu­tere rela­ti­va­mente alla pub­bli­ca­zione ed ai temi proposti.

Off­screen, nuova rivi­sta dedi­cata al mondo del web ed alle app, e Stack, edi­tore di rivi­ste “indi­pen­denti”, le prime imprese a cre­dere nel net­work ed a pro­muo­versi pub­bli­ci­ta­ria­mente al suo interno.

Mag­pile, a mio avviso, è una pro­po­sta inte­res­sante che potrebbe sor­pren­dere per il suc­cesso che ottiene poi­chè, come risa­puto, vi sono testate, di nic­chia o meno, che hanno una folta schiera di col­le­zio­ni­sti, di per­sone che con­ser­vano le copie delle rivi­ste, e ancor­più nell’ambito dei comics,  dei fumetti, pre­fe­rite. La pos­si­bi­lità di tro­vare il numero man­cante e di rela­zio­narsi con per­sone appas­sio­nate alla stessa pub­bli­ca­zione, e dun­que, pro­ba­bil­mente, con i mede­simi inte­ressi mi appare un’idea sen­sata e vincente.

Accordi com­mer­ciali con gli edi­tori per incen­ti­vare la sot­to­scri­zione di abbo­na­menti potreb­bero, altret­tanto, risul­tare il modello di busi­ness che nel tempo offra dei ritorni degni di que­sto nome, più che i ricavi della pubblicità.

La rispo­sta “social” alle fal­li­men­tari ini­zia­tive di edi­cole vir­tuali col­let­tive sin qui rea­liz­zate. La con­ferma di come ora anche per i social net­work il futuro sia incen­trato sulla ver­ti­ca­liz­za­zione, sulla spe­cia­liz­za­zione per con­te­nuti e rela­tivi interessi.

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Pubblicato il 30 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

Le Tendenze della Pubblicità Online

Goo­gle detiene circa il 50% del mer­cato pub­bli­ci­ta­rio online. Un domi­nio a cavallo tra abuso domi­nante ed eccel­lenza di mer­cato che con­ti­nua a creare pro­blemi all’azienda di Moun­tain View anche nel rap­porto con­flit­tuale con gli edi­tori. Rela­zione che Goo­gle cerca di miglio­rare con diverse ini­zia­tive a soste­gno, o almeno di sup­porto, del com­parto edi­to­riale, pro­vando a smen­tire la fama di vam­piro, di paras­sita dell’industria dell’informazione.

E’ in que­sta logica che deve essere con­si­de­rata la pub­bli­ca­zione di “Display Busi­ness Trends: Publi­sher Edi­tion”, rap­porto pub­bli­cato ieri che rende dispo­ni­bili, in forma aggre­gata, i dati rela­tivi a miliardi di impres­sion rac­colti da Goo­gle attra­verso Dou­ble­Click for publi­shers, Dou­ble­Click ad exchange e, ovvia­mente, Goo­gle AdSense net­work. I dati pub­bli­cati si rife­ri­scono al 2011.

Il rap­porto è di estremo inte­resse ed ana­lizza e clas­si­fica i con­te­nuti ver­ti­cali, per tipo­lo­gia di argo­mento, sulla base delle ad impres­sion e dei CPM. For­ni­sce un pano­rama dav­vero com­pleto delle ten­denze della pub­bli­cità online ana­liz­zando for­mati display, nazioni [Ita­lia inclusa], Web in mobi­lità e for­mati video.

I dati rela­tivi alle cate­go­rie evi­den­ziano una buona dina­mi­cità del com­parto delle noti­zie [+18% a livello mon­diale] anche se infe­riore ad altre tipo­lo­gie quali, uno per tutti, shop­ping. E’ il seg­mento della salute a spun­tare il CPM più ele­vato a circa la metà com­ples­si­va­mente quello delle news. Il calo delle comu­nità online, nella mia inter­pre­ta­zione, è dovuto allo stra­po­tere di Face­book ed alla rela­tiva rac­colta pub­bli­ci­ta­ria effet­tuata dallo stesso.

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Tra le nazioni sono gli Stati Uniti a gui­dare la clas­si­fica dei Paesi con il mag­gior numero di impres­sion seguiti dalla Cina. Non è un fat­tore escu­si­va­mente demo­gra­fico come dimo­stra la quota del 2,5% del totale dell’India.

In Europa la nazione con il mag­gior peso è la Ger­ma­nia con una quota del 4,9% del totale, seguono Fran­cia e Gran Bre­ta­gna  rispet­ti­va­mente con il 4,8% ed il 4,2%.

L’Italia mostra la sua debo­lezza anche in que­sto caso con solo il 2,1%, infe­riore a Spa­gna [3,1%], Polo­nia [2,5%], Olanda [2,4%] e per­fino della Tur­chia, nazioni che per demo­gra­fia o svi­luppo eco­no­mico dovreb­bero avere un peso infe­riore; la con­ferma di quanto debole sia ancora la Rete nel nostro Paese.

Ad abun­dan­tiam l’Italia è una delle nazioni con il CPM più basso ed una ten­denza nega­tiva del suo valore: — 8% rispetto all’anno pre­ce­dente. L’ennesima con­ferma che la pub­bli­cità non può bastare a tutto ciò che serve al gior­na­li­smo e che è neces­sa­rio andare oltre i CPM per quanto riguarda l’industria dell’informazione.

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In ter­mini di for­mati sono il maste­head, il display da 728 x 90 in testa alla pagina, e il medium rec­tan­gle, il ret­tan­golo da 300 x 250, a fare il 65% del mer­cato. In calo tutti i for­mati pic­coli, esplo­sione del mobile che però pesa solo l’1% del totale. Sem­pre in rife­ri­mento al Web in mobi­lità sono shop­ping e food & drinks, dun­que risto­ranti e bar, a regi­strare il mag­gior numero di impres­sion, molto mode­sto quello delle noti­zie; la con­ferma delle grandi poten­zia­lità per gli eser­cizi com­mer­ciali di que­sta tipo­lo­gia di pub­bli­cità e, altret­tanto, di quanto per l’industria dell’informazione la mobi­lità sia più una minac­cia che un’opportunità almeno dal lato della rac­colta pubblicitaria.

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Il rap­porto di Goo­gle costi­tui­sce una base pre­ziosa di infor­ma­zioni sul mondo della pub­bli­cità online, sup­porto impor­tante nella ricerca di un nuovo equi­li­brio per l’ecosistema infor­ma­tivo, che appare dav­vero dif­fi­cile per quanto riguarda l’Italia come dimo­strano anche le dif­fi­coltà delle start up all digi­tal nel nostro Paese. Con­ti­nue­remo a lavo­rarci sopra.

Pubblicato il 29 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

Chiuso & Antisocial

All’interno della mia colonna set­ti­ma­nale per l’ Euro­pean Jour­na­lism Obser­va­tory pro­se­gue la serie di case stu­dies sulle prin­ci­pali testate gior­na­li­sti­che europee.

La case study di que­sta set­ti­mana di ana­lisi dell’approccio e dei risul­tati rela­tivi dei prin­ci­pali quo­ti­diani euro­pei è ine­rente al prin­ci­pale con­cor­rente, almeno in patria, del «The Guar­dian» ana­liz­zato la scorsa set­ti­mana: «The Times», anch’esso quo­ti­diano gene­ra­li­sta bri­tan­nico che però ha una stra­te­gia com­ple­ta­mente distinta.

Buona let­tura.

Pubblicato il 28 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

Earned Media & Gamification

I dati del report della Niel­sen: “Glo­bal Trust in Adver­ti­sing and Brand Mes­sa­ges”, pub­bli­cati a metà dello scorso mese, hanno con­fer­mato per l’ennesima volta come tra tutti i mezzi siano gli ear­ned media ad essere indub­bia­mente il vei­colo più potente, con rac­co­man­da­zioni di cono­scenti ed opi­nioni di gente comune a gui­dare la clas­si­fica della fidu­cia asse­gnata dalle per­sone a que­sti tra tutte le moda­lità di comu­ni­ca­zione e di influenza possibili.

Ma come, in chiave di comu­ni­ca­zione d’impresa, è pos­si­bile influen­zare, o almeno faci­li­tare, le rac­co­man­da­zioni spon­ta­nee? Quali azioni sono più fun­zio­nali all’ obiettivo?

Prova a dare una rispo­sta a que­ste domande cru­ciali lo stu­dio rea­liz­zato da Wil­d­fire: “Five Best Prac­ti­ces For Increa­sing Ear­ned Media”. La desk research ha ana­liz­zato 10mila cam­pa­gne pro­mo­zio­nali con­dotte su Face­book negli ultimi nove mesi sud­di­vi­den­dole in nove tipo­lo­gie: con­corsi a premi, cou­pons, campioni/omaggi, video, foto, con­corsi di scrit­tura, quiz, tri­via [altro for­mat di quiz ispi­rata dal cele­bre gioco: tri­vial pur­suit] e “sce­gli il tuo favorito”.

I risul­tati evi­den­ziano che le azioni che hanno un mag­gior numero di par­te­ci­panti e quelle che meglio fun­zio­nano, che sono mag­gior­mente con­di­vise dalle per­sone e dun­que favo­ri­scono la pro­pa­ga­zione della comu­ni­ca­zione, vi è una note­vole dif­fe­renza. Con­fer­mando lo scarso valore di per se stesso del numero di followers/fans; un dato che da solo dice dav­vero poco sull’efficacia delle azioni di social media mar­ke­ting e sul valore della repu­ta­zione aziendale.

Come evi­den­zia il gra­fico di sin­tesi sot­to­ri­por­tato, le per­sone par­te­ci­pano mag­gior­mente, anche sul cele­bre social net­work, ad azioni con moda­lità pro­mo­zio­nali cano­ni­che, stan­dard, quali con­corsi a premi, cou­pons e campioni/omaggi. Un dato che era emerso già in pre­ce­denza ma che in realtà offre una visione esclu­si­va­mente quan­ti­ta­tiva e non qua­li­ta­tiva di ciò che real­mente funziona.

Le moda­lità pro­mo­zio­nali che sono mag­gior­mente con­di­vise, favo­rendo mag­gior­mente il pas­sa­pa­rola ed allar­gando così l’audience, il pub­blico, espo­sto al mes­sag­gio è di ben altra natura. Sono “sce­gli il tuo favo­rito”, quiz e tri­via, rispet­ti­va­mente con il 39%, 32% e 29% di con­di­vi­sioni le azioni che otten­gono mag­gior suc­cesso. Modi che, non posso esi­mermi dal sot­to­li­neare, sono tutti ricon­du­ci­bili al gioco ed al con­cetto, nel senso più ampio del ter­mine, di gamification.

Ho evi­den­ziato più volte come il gioco sod­di­sfa moti­va­zioni sociali, coin­volge, crea un senso di comu­nità spin­gendo alla con­di­vi­sione dei con­te­nuti. I van­taggi della gami­fi­ca­tion: socia­lità, com­pe­tenza ed auto­no­mia, sep­pur ad un livello pri­mor­diale, sono ora ulte­rior­mente confermati.

A mar­gine si segnala, viste le recenti pole­mi­che sulla que­stione, l’applicazione, rea­liz­zata sem­pre da Wil­d­fire, che per­mette di visua­liz­zare la curva di ado­zione di followers/fans di una per­sona o di un brand. Quando ne vedete una così saprete che sono stati but­tati via, in ogni senso, dei soldi per com­prare dei follower.

Pubblicato il 27 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

Data Journalism & Trasparenza dei Partiti

I dati sono un bene pub­blico, sia, come spiega Enrico Graz­zini, nell’ inter­pre­ta­zione che ne danno gli eco­no­mi­sti di “com­mon”, di una risorsa con­di­visa che dovrebbe essere gestita dalla comu­nità di rife­ri­mento,  che nella ver­sione for­nita dai giu­ri­sti [soprat­tutto in Ita­lia] per i quali il bene comune è invece un diritto universale.

Da entrambe le pro­spet­tive dun­que, il data jour­na­lism rap­pre­senta ele­mento di grande rile­vanza per la società e pro­cesso di nar­ra­zione gior­na­li­stica della realtà, meto­do­lo­gia di lavoro che guarda alla cul­tura open e ai valori sui quali que­sta si pog­gia – tra­spa­renza, col­la­bo­ra­zione e par­te­ci­pa­zione – per ricon­qui­stare cre­di­bi­lità e fidu­cia da parte dei lettori.

Dopo i recenti scan­dali che hanno coin­volto Luigi Lusi e Fran­ce­sco Bel­sito con il Par­la­mento che obtorto collo discute sui rim­borsi elet­to­rali, la segna­la­zione di Mauro Munafò mi ha par­ti­co­lar­mente interessato.

[tweet https://twitter.com/mauromunafo/status/206002947384025089 align=‘center’ lang=‘it’]

Il gior­na­li­sta ha rea­liz­zato per «l’Espresso» l’inchiesta “Par­titi Tra­spa­renti”, for­nendo sia i docu­menti ori­gi­nali della gestione dei prin­ci­pali movi­menti, docu­menti che nella mag­gior parte dei casi non è pos­si­bile leg­gere nep­pure nei por­tali dei par­titi stessi, che rie­la­bo­rando i dati prin­ci­pali di entrate, spese e dona­zioni per rea­liz­zare tabelle e info­gra­fi­che attra­verso le quali con­fron­tare i conti delle for­ma­zioni poli­ti­che prin­ci­pali, ren­dendo dispo­ni­bili tutti gli ele­menti fati­co­sa­mente rac­colti in open data.

Un lavoro dav­vero di grande attua­lità ed inte­resse che mi ha spinto ad appro­fon­dire ulte­rior­mente con una inter­vi­sta a Mauro Munafò su moti­va­zioni e det­ta­gli di quanto svolto. Qui di seguito il testo.

D: Per prima cosa, oltre a quello che è scritto nel sito, mi pia­ce­rebbe capire come è stato fatto il lavoro.

R: Il come è piut­to­sto sem­plice: ho preso i pdf dei bilanci dei par­titi pub­bli­cati dal sup­ple­mento di otto­bre della Gaz­zetta Uffi­ciale. Pdf che non sono più dispo­ni­bili gra­tui­ta­mente per­ché la con­sul­ta­zione gra­tuita della GU online dura solo 60 giorni. Una volta tro­vati i pdf, manual­mente ho ricom­pi­lato dei file Excel dei conti eco­no­mici dei prin­ci­pali 7 par­titi. Da que­sti ho poi gene­rato i gra­fici uti­liz­zando Tableau Soft­ware e Goo­gle Chart. E su Goo­gle doc ho rila­sciato gli open data dei conti eco­no­mici dei par­titi, men­tre sul sito si pos­sono sca­ri­care anche i pdf ori­gi­nali [dove ci sono i ren­di­conti e le note, molto impor­tanti da leg­gere e che in parte sono state incluse nelle pagine]

D: Quali le moti­va­zioni, per­chè hai deciso di fare que­sta indagine.

R: Il per­ché è sem­plice: si parla tanto di tra­spa­renza dei par­titi e nella mag­gior parte dei casi non ci sono nep­pure i bilanci sui siti. Ho voluto costruire un sistema che per­met­tesse almeno una prima con­sul­ta­zione di dati tanto impor­tanti. Per sca­vare più a fondo ser­vi­ranno delle nuove leggi che sono al momento in discus­sione. Diciamo che que­sto è un primo passo che vuole anche mostrare ai par­titi che i pdf da soli non ser­vono a molto.

In pas­sato ho creato altri pro­getti [puoi vederli su  http://www.lamacchinadelfungo.com/], e mi inte­resso molto al tema del data­jour­na­lism. Al momento lavoro per «L’Espresso» e sono riu­scito a coniu­gare in que­sta cir­co­stanza la mia pas­sione per l’opendata e l’interesse infor­ma­tivo della testata per cui lavoro.

D: Quanto tempo ti ha richie­sto por­tare a com­pi­mento il pro­getto? L’hai fatto tu da solo o in col­la­bo­ra­zione con qual­cun altro?

R: Circa una set­ti­mana di lavoro in soli­ta­ria. Fatta sia di ricom­pi­la­zioni, sia di ricerca dei docu­menti, sia di rea­liz­za­zione delle info­gra­fi­che varie e dei testi. Il Visual Desk del gruppo L’Espresso invece è stato fon­da­men­tale nella rea­liz­za­zione di un mini­sito ad hoc per il progetto.

D: Quanto sono affidabili/veritieri i bilanci pub­bli­cati secondo te?

R: Bella domanda e rispo­sta dif­fi­ci­lis­sima. I pro­blemi sono di vario tipo. Innan­zi­tutto anche se i bilanci fos­sero cor­retti, le note a cor­redo for­ni­scono spesso un det­ta­glio non suf­fi­ciente delle voci di spesa: dire che si spen­dono 10 milioni in “oneri vari” che cosa vuol dire? Ser­vi­reb­bero dei reso­conti più det­ta­gliati e spesso i bilanci non lo for­ni­scono o lo for­ni­scono in modi differenti.

Altro pro­blema: ogni par­tito com­pila il bilan­cio a modo suo e ti fac­cio un esem­pio. I famosi rim­borsi elet­to­rali pre­ve­dono una rata che ogni anno viene ver­sata ai par­titi. Il pro­blema è che alcuni par­titi met­tono tutta la quota [fatta di 5 rate] nel conto annuale, men­tre altri met­tono solo una sin­gola rata. Potrei elen­carti decine di casi di man­cata tra­spa­renza, legati spesso al pro­blema che i par­titi ita­liani hanno vita bre­vis­sima: Pdl e Pd non esi­ste­vano nep­pure qual­che anno fa e quindi i loro bilanci a volte pre­sen­tano man­canze o debiti col­le­gati ai par­titi fon­da­tori. Il pdl nel 2010 ad esem­pio pagava pochis­simo di sti­pendi per­ché pro­ba­bil­mente il per­so­nale era ancora con­trat­tua­liz­zato da Forza Italia.

Sulla cor­ret­tezza “legale” dei bilanci credo che la magi­stra­tura abbia detto molto. Il pro­blema è che que­sti bilanci pos­sono essere com­pi­lati in maniera tal­mente gene­rica che tro­vare delle maga­gne leg­gen­doli è molto complicato.

Detto ciò, anche que­sti bilanci pre­sen­tano ton­nel­late di dati che nes­suno cono­sce e che quindi è già un signi­fi­ca­tivo passo avanti con­di­vi­dere con i lettori.

Al di là dei det­ta­gli, con­sul­ta­bili sul mini­sito rea­liz­zato ad hoc, emer­gono fon­da­men­tal­mente due aspetti.

La tra­spa­renza dei par­titi dovrebbe essere IL tema domi­nante del dibat­tito in corso sulle ipo­tesi di revi­sione dei finan­zia­menti e non argo­mento acces­so­rio poi­chè, come dimo­stra l’indagine e gli appro­fon­di­menti for­niti dall’intervista, ad oggi, al di là delle dichia­ra­zioni di cir­co­stanza, ben poco, o nulla, viene fatto su que­sto fronte.

Il futuro, anche nel gior­na­li­smo, è di chi non ha paura di spor­carsi le mani. Gra­zie a Mauro Munafò per averlo fatto.

Pubblicato il 26 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

Linkiesta Deve Ricapitalizzare

Già il recente rap­porto, rea­liz­zato da Nicola Bruno e Rasmus Kleis Niel­sen per il Reu­ters Insti­tute for the Study of Jour­na­lism, aveva evi­den­ziato come per le start up all digi­tal dell’informazione del nostro paese la soprav­vi­venza fosse da con­si­de­rarsi un successo.

«Ita­lia Oggi» ieri ha ripor­tato alcune indi­scre­zioni rela­tive ad una di esse: «Lin­kie­sta». Secondo quanto pub­bli­cato i ricavi annuali attual­mente si atte­ste­reb­bero intorno ai 400mila euro men­tre i costi, in base a quanto dichia­rato dal Diret­tore Jacopo Ton­delli e pub­bli­cato nel pre­ci­tato stu­dio RSJ, si aggi­re­reb­bero intorno agli 800mila euro all’anno. Da qui la neces­sità di liqui­dità con gli 80 soci del quo­ti­diano online only a rica­pi­ta­liz­zare per un totale di un milione di euro.

Nuovo ossi­geno all’impresa del gior­nale che spera di arri­vare a break even, e dun­que di gere­rare ricavi per 800/850mila euro, entro un anno e mezzo gra­zie ad una migliore rac­colta pub­bli­ci­ta­ria affi­data, pare, ad una nuova con­ces­sio­na­ria, accordi con siti euro­pei d’informazione gior­na­li­stica,  per creare un net­work inter­na­zio­nale che con­di­vida noti­zie e appro­fon­di­menti e raf­for­zarne la visi­bi­lità, e di con­se­guenza il valore, agli occhi degli inser­zio­ni­sti pubblicitari.

Aumento dei ricavi che passa anche attra­verso una diver­si­fi­ca­zione ed un amplia­mento dell’offerta con for­ni­tura di con­te­nuti pro­pri ori­gi­nali a terzi, ad altre testate, e la pub­bli­ca­zione di e-book. Pro­ba­bile anche l’ingresso di un nuovo socio di capi­tali stra­niero, pare statunitense.

Ovvia­mente non si pos­sono che fare i migliori auguri di suc­cesso a «Lin­kie­sta». Allo stato attuale si con­ferna che “sur­vi­val is suc­cess”.

Pubblicato il 25 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

Il Kit del Giornalismo Partecipativo [e dintorni]

Il «The Guar­dian» pro­se­gue senza esi­ta­zioni sulla strada del gior­na­li­smo partecipativo.

Dopo aver creato ad otto­bre dell’anno scorso «n0tice», open com­mu­nity per la con­di­vi­sione di noti­zie locali e non solo, poi aperta a tutti dal marzo di quest’anno, ora mette a dispo­si­zione “the open jour­na­lism tool­kit”, un set di stru­menti per il gior­na­li­smo partecipativo.

L’iniziativa, secondo quanto dichia­rato, si rivolge sia alle per­sone che ad altre orga­niz­za­zioni edi­to­riali e per­sino alle imprese che voles­sero uti­liz­zare que­sti stru­menti per rea­liz­zare cam­pa­gne di coin­vol­gi­mento del pub­blico di rife­ri­mento a livello locale.

Il set di stru­menti com­prende un tool per la rea­liz­za­zione di mappe co create, uno per creare bache­che vir­tuali di aggre­ga­zione e con­di­vi­sione di con­te­nuti e mette a dispo­si­zione dei pro­gram­ma­tori le API [l’interfaccia di pro­gram­ma­zione] per ulte­riori svi­luppi e appli­ca­zioni della piat­ta­forma e per la con­di­vi­sione dei con­te­nuti sugli altri social net­work. A breve sarà resa dispo­ni­bile anche l’applicazione per smartphones.

Che la solu­zione, anche per le imprese del com­parto edi­to­riale, sia nel recu­pero, miglio­ra­mento della rela­zione con i let­tori, con le per­sone, e loro coin­vol­gi­mento, anche, attra­verso la crea­zione di com­mu­ni­ties pro­prie­ta­rie è una delle tesi che sostengo da tempo. A que­sto punto del per­corso ritengo però neces­sa­rio entrare mag­gior­mente nel merito di alcuni aspetti che carat­te­riz­zano que­ste ini­zia­tive, incluse quelle pre­ge­voli del quo­ti­diano anglosassone.

C’é un aspetto di metodo. La co crea­zione, quella genuina, vera, si rea­lizza a par­tire dall’inizio del pro­cesso coin­vol­gendo le per­sone, il pub­blico di rife­ri­mento sin dallo stato embrio­nale del pro­getto chie­dendo loro ed inter­fac­cian­dosi su quello che vor­reb­bero veder rea­liz­zato e dun­que sono dispo­ni­bili a par­te­ci­pare atti­va­mente a rea­liz­zare. Que­sto sin ora, in ambito edi­to­riale, non mi pare sia mai stato real­mente effettuato.

Se le moda­lità descritte non ven­gono por­tate avanti in que­sto modo, in realtà il pro­cesso resta top down e dun­que, a mio modo di vedere, non real­mente aperto e partecipativo.

C’é, anche, un aspetto di merito. Il saving eco­no­mico otte­nuto gra­zie alla col­la­bo­ra­zione gra­tuita, non remu­ne­rata, del “reporter-lettore e le reve­nues aggiun­tive che que­ste ini­zia­tive appor­tano, come sot­to­li­neavo al Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo,  devono final­mente inclu­dere cri­teri di reve­nues sha­ring, di con­di­vi­sione anche dei ricavi che si gene­rano e non solo “ric­chi premi e cotillons”.

«The Guar­dian», ha pen­sato anche a que­sto, sin ora, in attesa del lan­cio di Eta­lia, mi pare l’unico ad averlo fatto.

Attra­verso la comu­ni­ca­zione, il tra­sfe­ri­mento mutuo di con­te­nuti, la rela­zione, si diviene lea­der del con­te­sto eco­no­mico e sociale, si tra­smet­tono dei valori di rife­ri­mento che con­sen­tono di influen­zare il rap­porto con le per­sone, con i pub­blici di rife­ri­mento. Non è neces­sa­rio rifarsi alle più avan­zate teo­rie di social media mar­ke­ting, basta andarsi a leg­gere la sto­ria di Adriano Oli­vetti e dell’impresa che por­tava il suo nome per capirlo.

Le “rivo­lu­zioni”, qual’è quella che sta tra­sfor­mando l’ecosistema dell’informazione, si fanno con le per­sone non a spese loro.

A mar­gine, come com­ple­mento infor­ma­tivo, si con­si­glia la let­tura di: Guardian’s open jour­na­lism is a fai­led busi­ness model.

Pubblicato il 24 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

I Media e la Rivoluzione Digitale

John Paton, ammi­ni­stra­tore dele­gato di Digi­tal First Media, la seconda impresa d’informazione negli Stati Uniti con 10mila addetti, un fat­tu­rato di 1.400 milioni di dol­lari e 57 milioni di clienti svi­lup­pato con 800 pro­dotti edi­to­riali tra carta e online, inter­vi­stato dal «El Pais» spiega i suc­cessi del modello di busi­ness adot­tato dall’azienda da lui diretta.

Un approc­cio che, come dice già il nome, si fonda sulla prio­rità data al digi­tale rea­liz­zato sulla revi­sione com­pleta, ini­ziata tre anni fa, demo­lendo com­ple­ta­mente il pre­e­si­stente per rico­struire tutto di nuovo par­tendo da zero.

Rac­conta Paton che più un con­te­nuto è con­di­viso in Rete mag­giore è il valore che genera, creando mag­gior traf­fico, mag­giori visite e con­sen­tendo così di mone­tiz­zare e spiega che ora il 25% degli accessi arriva da social network.

Una rivo­lu­zione che passa ine­vi­ta­bil­mente per l’organizzazione e per le com­pe­tenze delle per­sone inpie­gate, che coe­ren­te­mente con la stra­te­gia defi­nita sono tutte con espe­rienza in ambito digi­tale, e che si tra­sforma in valore, in ricavi, con lo svi­luppo di una pro­pria piat­ta­forma per la ven­dita della pub­bli­cità che dopo aver gene­rato il primo anno sola­mente 800mila dol­lari rea­lizza ora 1,5 milioni di dol­lari ogni tre set­ti­mane [pari a 26 milioni annuali].

Il CEO di Digi­tal First media con­clude con elogi ad Alan Rusbrid­ger e al «The Guar­dian» per la voca­zione all’open jour­na­lism e la man­canza di timore nello spe­ri­men­tare.

Spe­ri­men­ta­zioni e crea­zione di comu­nità del quo­ti­diano anglo­sas­sone che sono parte inte­grante, a mio avviso essen­ziale, anche di Digi­tal First Media, anche se Paton nell’intervista, non lo dice, come testi­mo­nia la rea­liz­za­zione dei new­sroom cafè.

L’evoluzione è quella dai new­spa­per ai new­sbrand come testi­mo­niato dall’inglese New­spa­per Mar­ke­ting Agency, ora rino­mi­nata in New­sworks, asso­cia­zione che mira a valo­riz­zare i gior­nali presso agen­zie pub­bli­ci­ta­rie ed inve­sti­tori pub­bli­ci­tari, che prende atto del cam­bia­mento, del pas­sag­gio ad un ambiente mul­ti­piat­ta­forma e, appunto, intro­duce il con­cetto di new­sbrand, di imprese, di mar­chi edi­to­riali che offrono infor­ma­zione, e solu­zioni di comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria, non più solo sulla carta ma sull’intera gamma di sup­porti infor­ma­tivi disponibili.

Un pas­sag­gio tanto inne­ga­bile quanto non tra­scu­ra­bile che dovrebbe essere visto in un’ottica di inte­gra­zione, di con­ver­genza anzi­chè di con­trap­po­si­zione con la carta come ahimè spesso avviene, come ricorda anche Jon O’Donnell, Diret­tore Com­mer­ciale, del «The Lon­don Eve­ning Stan­dard» che effet­tua in forte richiamo alla realtà attuale.

E’ la rile­vanza, per il pub­blico e per gli inve­sti­tori, la chiave dell’era digi­tale. La qua­lità del discorso defi­ni­sce ine­vi­ta­bil­mente la qua­lità della con­ver­sa­zione, ripor­tando così l’industria dell’informazione al cen­tro degli inte­ressi delle persone.

Social Media Potezialità ed Uso Effettivo bis
Pubblicato il 23 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

Dicotomie in Salsa Social

Goo­gle ha com­mis­sio­nato a Mill­ward Brown una ricerca paneu­ro­pea sull’impiego nelle aziende di social media e, più in gene­rale, degli stru­menti social.

Lo stu­dio, effet­tuato nella prima metà di marzo di quest’anno, ha coin­volto un cam­pione di 2700 pro­fes­sio­nals dipen­denti in aziende, di 8 seg­menti di mer­cato diversi dai tra­sporti alle tele­co­mu­ni­ca­zioni pas­sando per beni di largo con­sumo e media/pubblicità, in Ita­lia, Gran Bre­ta­gna, Fran­cia, Ger­ma­nia, Olanda, Spa­gna e Sve­zia. Il peso di ogni nazione è stato attri­buito in base al PIL della stessa. I risul­tati sono stati pub­bli­cati il 15 mag­gio scorso.

L’indagine sfata il mito che i social media siano, nell’utilizzo da parte dei dipen­denti, ele­mento di distra­zione e di per­dita di tempo, come riten­gono molte imprese, che per­si­stono a bloc­carne inu­til­mente l’accesso che avviene ugual­mente attra­verso gli smart­pho­nes ormai dif­fu­sis­simi, iden­ti­fi­cando il poten­ziale di que­sti mezzi, di que­sti stru­menti di comu­ni­ca­zione sia interna che esterna per le imprese.

Ita­liani e spa­gnoli a pari merito gui­dano la clas­si­fica degli entu­sia­sti nell’utilizzo dei social media. Com­ples­si­va­mente sono i pro­fes­sio­nal di mag­gior senio­rity, di mag­gior anzia­nità a mostrare mag­gior inte­resse ad impie­gare que­sti mezzi, le aziende che hanno una por­tata inter­na­zio­nale e che appar­ten­gono alla distri­bu­zione [al com­mer­cio], al largo con­sumo ed a media/pubblicità.

Con accenti diversi si evi­den­zia una forte dico­to­mia tra le poten­zia­lità attri­buite e l’impiego che effet­ti­va­mente se ne fa all’interno delle imprese. Una con­trad­di­zione che, se da un lato lascia spe­rare ad un uti­lizzo mag­giore in futuro, dall’altro lato foto­grafa con pre­ci­sione la situa­zione attuale di ine­spe­rienza ed incer­tezza già testi­mo­niata dalla social media ina­bi­lity delle aziende del nostro Paese.

Un approc­cio poco strut­tu­rato alla mate­ria come evi­den­zia, anche, Michele Boroni che parla di con­ver­sa­zione inso­ste­ni­bile, citando i risul­tati di un altra ricerca in mate­ria, che si mani­fe­sta sia in chiave di comu­ni­ca­zione interna che per quanto riguarda l’utilizzo cor­po­rate dei social media come mezzo di comu­ni­ca­zione verso l’esterno dell’impresa.

Insomma, i social media sono apprez­zati ma sot­tou­ti­liz­zati. Dico­to­mie in salsa social che sta­bi­li­scono l’attuale distanza tra i com­pr­ta­menti delle per­sone e quelli di molte imprese.

Pubblicato il 22 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

Digital & Open

Anche que­sta set­ti­mana all’interno della mia colonna per l’ Euro­pean Jour­na­lism Obser­va­tory pro­se­gue la serie di case stu­dies sulle prin­ci­pali testate gior­na­li­sti­che del vec­chio continente.

Dopo aver ana­liz­zato, in ordine cro­no­lo­gico di pub­bli­ca­zione, «Il Sole24Ore», «Le Monde», «El Pais» ed in ultimo il «Finan­cial Times», que­sta set­ti­mana ven­gono esa­mi­nati i risul­tati, e le moti­va­zioni degli stessi, di uno dei quo­ti­diani gene­ra­li­sti più auto­re­voli a livello inter­na­zio­nale: il «The Guardian».

Ad un anno dall’annuncio dell’adozione di una stra­te­gia “digi­tal first” il punto della situa­zione del quo­ti­diano anglosassone.

Stiamo così creando all’interno dell’Osservatorio Euro­peo di Gior­na­li­smo, credo di poter dire, un archi­vio libe­ra­mente con­sul­ta­bile di diverse posi­zioni ed approcci al “dilemma del pri­gio­niero”, in modo da for­nire a chi lo desi­deri gli ele­menti di base per il ben­ch­mar­king rispetto alla pro­pria realtà edi­to­riale. Ci man­te­niamo anche noi, così come il «The Guar­dian», digi­tal e open.

Buona let­tura e buon lavoro.

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