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C’era un tempo [c’è ancora?] nel quale gli uffici marketing delle grandi imprese, e le agenzie di comunicazione delle quali si servono, investivano mesi di lavoro e allocavano budget consistenti per la più minima variazione del marchio del prodotto, dell’azienda.

Ogni restyling, “svecchiamento” si diceva, del logo aziendale veniva vissuto tra mille dubbi, preoccupazioni dell’impatto che quel che di maggior valore ha un’azienda di marca avrebbe avuto sul consumatore, sul cliente finale.

Google, il cui marchio ha un valore stimato in 114 miliardi, con le sue periodiche variazioni ha dimostrato quanto inutile potesse essere  questo “accanimento terapeutico” nei confronti del logo.

Anche Il Manifesto” da 3 giorni a questa parte si è affidata alla penna di Vauro per variare il proprio logo inserendo un cappio intorno alla lettera i per ricordare la precarietà della propria situazione ed il rischio concreto di chiusura del giornale.

Nella prima pagina di oggi, oltre all’elemento grafico del marchio, capeggia l’immagine dell’ennesimo incidente sul lavoro avvenuto nell’hinterland milanese ieri.

Come si può chiaramente vedere l’immagine è tratta da un sito di  giornalismo partecipativo [o citizen journalism che dir si voglia] le cui immagini sono state utilizzate anche dai telegiornali delle principali emittenti generaliste nazionali per documentare l’ennesimo disastro ambientale causato della abbondanti piogge dei giorni scorsi.

Sono segnali inequivocabili di un cambiamento che non è legato ad una fase ciclica ma è strutturale, permanente, destinato a restare anche dopo questa fase congiunturale.

Evidenze concrete di come la soluzione sia nell’apertura invece che nella chiusura, nella realizzazione di comunità d’interesse e di interessi a sostegno della comunità invece che nel controllo.

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