gennaio 2010

Pubblicato il 29 gennaio 2010 by Pier Luca Santoro

Suggerimenti

Giu­seppe Danielli, diret­tore di un gior­nale on line , che si rivolge alle aziende ed ai pro­fes­sio­ni­sti, ma anche a coloro che sono attenti alla loro salute ed al loro benes­sere in ambito ali­men­tare, a com­mento di un arti­colo all’interno della casa per la libertà di stampa e d’informazione, non senza tra­dire senso di scon­forto, ripro­pone il pro­blema della red­di­ti­vità delle ini­zia­tive on line chiedendo:

“Il ns gior­nale on line è cer­ti­fi­cato Audi­web [350.000 visite/mese], Page Rank di Goo­gle 6/10, tante meda­glie tutti i giorni ma sten­tiamo a tra­durle in denaro sonante”. Con­ti­nuando: “Stiamo sba­gliando? dove? Cosa pos­siamo fare per inte­res­sare i Cen­tri media che dovreb­bero pia­ni­fi­care le cam­pa­gne sul web? Se nep­pure la cer­ti­fi­ca­zione Audi­web serve a qual­cosa, quali sono gli ele­menti che pos­sono fare aumen­tare la qua­lità per­ce­pita dei nostri servizi?”

Cer­ta­mente man­cano nume­rose infor­ma­zioni per poter dare un parere qua­li­fi­cato e cir­co­stan­ziato sulla vicenda, ma ho voluto pren­dere spunto dalla vicenda che mi sem­bra di grande attualità.

Per­so­nal­mente mi pare che il por­tale infor­ma­tivo sia con­fuso non solo in ter­mini di gra­fica ma anche, se non soprat­tutto, rispetto a chi si rivolge in ter­mini di utenza, alter­nando noti­zie che sem­brano desti­nate al B2B, alle aziende, ad altre che paiono più cen­trate sull’utenza sin­gola, sulla persona.

A que­sto si aggiunge, almeno nei ter­mini in cui viene ripor­tata, una argo­men­ta­zione di ven­dita dav­vero esile e mal strut­tu­rata alla quale le dichia­ra­zioni del diret­tore mar­ke­ting della testata e i listini di ven­dita [15€ per 1000 “impres­sion”] spesi in maniera appros­si­ma­tiva poco aggiungono.

Insomma, la mia impres­sione, sep­pur non valida e cir­co­stan­ziata come quella di un esperto, è che il tutto sia un po’ troppo raf­faz­zo­nato, arran­giato, e che un inter­vento su gli aspetti che ho citato sin­te­ti­ca­mente sarebbe auspi­ca­bile, andando a costi­tuire la base minima sulla quale ripar­tire. Spero Danielli non se ne abbia a male della mia schiettezza.

Se qualcun’altro volesse miglio­rare ed inte­grare ana­lisi e con­si­gli essendo stati espli­ci­ta­mente richie­sti imma­gino siano ben accetti; ricor­dan­dosi pos­si­bil­mente che sul web tutto per­mane.

Pubblicato il 28 gennaio 2010 by Pier Luca Santoro

Strumenti digitali per il giornalismo

La rivi­sta del MIT, Tech­no­logy Review, segnala dieci pro­getti pronti o in buona fase di avan­za­mento che pos­sono essere di par­ti­co­lare rile­vanza per gior­na­li­sti e giornalismo.

Print­ca­sting: Que­sta appli­ca­zione con­sente a qua­lun­que per­sona di creare una rivi­sta senza nes­suna par­ti­co­lare cono­scenza infor­ma­tica nè costi. Gli utenti pos­sono creare una pub­bli­ca­zione digi­tale o stam­pata con inclusa la pub­bli­cità locale.

Usha­hidi Engine: Pro­getto di piat­ta­forma aperta [open source] per creare siti web, mappe o info­gra­fica. Uti­lizza dati che posso essere inviati oltre che via web per sms o attra­verso ser­vizi pub­blici di noti­zie. Attual­mente viene uti­liz­zata per seguire i lavori dei soc­cor­ri­tori ad Haiti.

La rivi­sta segnala, inol­tre, un pro­getto teso a pre­ser­vare l’integrità [in ter­mini di sto­rage] delle infor­ma­zioni on line, come creare un audio maga­zine on line ed , ancora, un sistema di realtà aumen­tata che inte­ra­gi­sce con le informazioni.

Il mio mode­sto con­tri­buto alla rac­colta biblio­gra­fica sull’informazione pro­mossa da Luca De Biase.

Pubblicato il 27 gennaio 2010 by Pier Luca Santoro

Play Paywall!, The new web game sweeping the newspaper industry

Nie­man Jour­na­lism Lab ha creato uno stru­mento, un simu­la­tore, che con­sente di cal­co­lare l’impatto eco­no­mico gene­rato dalle bar­riere all’accesso even­tual­mente erette dal New York Times, e dai quo­ti­diani più in gene­rale, per far pagare l’accesso ai con­te­nuti on line delle loro ver­sioni digitali.

Il simu­la­tore è set­tato sui dati rac­colti da Nei­man Lab con spe­ci­fico rife­ri­mento al quo­ti­diano new­yor­kino ma è pos­si­bile variare i dati ed effet­tuare una ela­bo­ra­zione a pro­prio pia­ci­mento, variando i cpm per view [set­tati per default sui livelli alti del mer­cato], la per­cen­tuale di ade­sioni scom­po­nen­dola in 5 sot­to­gruppi di utenti e nume­rosi altri ele­menti che impat­te­ranno sul risul­tato finale.

Lo stru­mento è fun­zio­nale e fun­zio­nante per lo scopo per il quale è stato creato, ma in realtà rap­pre­senta una moda­lità geniale di illu­strare l’enigma che molti edi­tori, per­lo­più senza arri­vare ad una deci­sione, stanno affron­tando attualmente.

L’autore, non a caso iro­nizza, a par­tire dal titolo dell’articolo, sul dilemma che divide l’industria edi­to­riale per la dif­fi­coltà delle prese deci­sio­nali che, se favo­re­voli alla crea­zione di pay­walls, fino a que­sto momento hanno deci­sa­mente por­tato più insuc­cessi che altro.

Pra­ti­ca­mente tutte le ricer­che, in qual­siasi nazione del mondo, hanno con­fer­mato che l’utenza non è attual­mente dispo­ni­bile a pagare i con­te­nuti dei quo­ti­diani on line. Tal­volta, è pro­prio il caso di dirlo, si vuole sbat­tere la testa con­tro il muro a tutti i costi.

How do you play? First, hit “Turn Paywall On!” From there, “Views before paywall” is the most fun slider, and the number that many paywall discussions focus on. This sets the number of free pageviews (not the same as stories) that are allowed for each reader before requiring them to subscribe. As the number of free views decreases, the net revenue jumps as each audience segment hits the paywall, then falls from lost ad impressions. Somewhere, there’s a sweet spot.  The key to paywall revenue projections is to understand how different portions of the audience are affected differently. The model used in this calculator breaks the audience into five distinct segments. These can be given names such as “Fly-By” and “Daily,” but for accounting purposes each segment is completely described the number of unique visitors (readers), the number of pageviews per month, and the fraction of readers who will subscribe when they hit the paywall. (Of course, in the real world, people aren’t so neatly divisible into segments.)  The main graph shows these five segments as five bars. The height of each bar is the number of pageviews per month for that segment, and the width is the number of readers. Each pixel on this graph corresponds to a fixed number of pageviews times users, and therefore the same amount of advertising revenue. Ads shown to unsubscribed readers are in blue, ads shown to paid subscribers are in red, and ad sales lost due to non-subscribers stopping at the paywall are in gray.  The scroll bar at bottom of the graph zooms the display for better viewing. The calculator starts zoomed in for clarity, but by zooming all the way out you can see that only a very small fraction of readers will be affected by most paywalls. The crux of the paywall issue is that these are also the most valuable readers, the ones that a publisher can least afford to turn away. In terms of ad revenue, one Loyal may be worth a hundred Fly-Bys.  Ad revenue is captured in the “CPM per view” slider, measured in dollars per 1000 pageviews; it can be thought of as the per-ad CPM times the number of ads on each page. Some pages have higher CPM than others, so this value is an average across all pages actually served.  When a reader hits the paywall, several different things can happen. They may subscribe; they may come back next month when they have free views again; or they may never come back. The “Subscribed” and “Never came back” sliders model this.  “Subscribed” is the fraction of the most loyal readers who subscribe when they hit the paywall — that’s the width of those red “paid” bars on the graph. This figure is necessarily a guess, and the real world subscription rate will also vary by segment, with loyal readers far more likely to subscribe. That’s why there are segment-specific subscription rates in the boxes at bottom. The slider up top sets the maximum possible subscription rate, the rate for a segment with a relative subscription rate of 100 percent. Paywall revenue is very sensitive to subscription rate, because every non-subscriber also represents lost advertising impressions.  “Never came back” represents the fraction of the audience that simply disappears when the paywall goes up. Some regular readers will hit the paywall and switch to a source of free news — but even readers who wouldn’t hit the paywall may be lost, because the existence of a paywall can discourage linking. In the Times’ case, they’ve said that articles arrived at via links from other sites won’t count towards paywall metering — but that might just encourage people to browse Times content through an aggregator instead of the front page, which still amounts to a loss of casual readers. In any case, this slider subtracts readers from all segments in the same proportion.  Below the graph are the audience segment definitions. Each of five segments is described by the number of unique readers in that segment, the number of monthly pageviews of each of those readers, and the subscription conversion rate relative to the most loyal readers. The subscription rate slider and the relative subscription rate are multiplied to get the final subscription rate for each segment. A bit tricky, I know, but I wanted to make it possible to visualize global changes in subscription rate with one slider.  The number of pageviews for each segment is also calculated; note that the Loyal and Fly-By readers both represent a large fraction of pageviews. Again, this is the difficulty with a paywall.

Pubblicato il 26 gennaio 2010 by Pier Luca Santoro

The Unofficial Apple Tablet Game

Anti­ci­pa­zioni, con­si­de­ra­zioni e spe­cu­la­zioni si inse­guono men­tre sale la feb­bre da Apple Tablet in attesa della pre­sen­ta­zione di domani.

Il New York Times, con l’ironia sot­tile che fa grande un quo­ti­diano, ci gioca sopra, let­te­ral­mente, con The Unof­fi­cial Apple Tablet Game.

Sca­ri­cate e stam­pate, in un numero suf­fi­ciente anche per i vostri amici, il tabel­lone di gioco. Le regole sono sem­plici, si tratta di cer­chiare dieci dei qua­dranti ed atten­dere la pre­sen­ta­zione di domani del tablet; vince chi avrà indo­vi­nato il mag­gior numero di caratteristiche.

Spe­riamo che una volta esau­dita la curio­sità si possa tor­nare a cen­trare la sfida sui con­te­nuti, sul mes­sag­gio invece che sul mezzo.

Pubblicato il 25 gennaio 2010 by Pier Luca Santoro

Minima Moralia

“La libertà non sta nello sce­gliere tra bianco e nero, ma nel sot­trarsi a que­sta scelta pre­scritta” — Th.W.Adorno – Minima Mora­lia.

A mar­gine dei con­tri­buti dei giorni scorsi rela­ti­va­mente alle pro­spet­tive sul futuro dell’informazione, le sol­le­ci­ta­zioni del sot­to­scritto rela­ti­va­mente alla neces­sità di inclu­dere le logi­che del sistema distri­bu­tivo sono state rac­colte, ad oggi, esclu­si­va­mente da Vit­to­rio Paste­ris.

Sia per l’interesse diretto che nutro nei con­fronti di quest’area che per la con­vin­zione dell’importanza che rive­ste per un effet­tivo rilan­cio dell’editoria non libra­ria, come avevo anti­ci­pato la set­ti­mana scorsa, provo a siste­ma­tiz­zare le idee sulla distri­bu­zione.

Paste­ris trac­cia un inte­res­sante paral­lelo tra la distri­bu­zione delle testate e quella di auto­vei­coli affer­mando che: “Il sistema distri­bu­tivo fisico ita­liano, molto “viscoso” è ancora un’ancora di sal­vezza per il futuro degli edi­tori car­ta­cei. D’altra parte nes­suno ha cer­cato ad oggi di mutarlo, evi­den­te­mente sta bene così come è a edi­tori, distri­bu­tori e punti ven­dita. E’ come il rap­porto fra con­ces­sio­na­rie e case di pro­du­zione auto­mo­bi­li­sti­che, spesso cri­ti­cato, ma mai modi­fi­cato seriamente”.

E’ un para­gone asso­lu­ta­mente cal­zante per quella che è anche la mia espe­rienza pre­gressa. In entrambi i casi le reti distri­bu­tive si accol­lano l’onere impren­di­to­riale, il rischio d’impresa, ma sono gover­nate, o per­lo­meno for­te­mente con­di­zio­nate, dal pro­dut­tore che deter­mina assor­ti­mento, prezzo e poli­tica com­mer­ciale nel suo insieme. Entrambe sono, da tempo, in for­tis­sima sof­fe­renza e come non si con­tano le chiu­sure di con­ces­sio­na­rie di auto così avviene altret­tanto per le edi­cole. Entrambe, ancora, le reti di distri­bu­zione ven­dono, in man­canza di scelta di alter­na­tive reali, pro­dotti obso­leti nati più di un cen­ti­naio di anni fa e mai sostan­zial­mente mutati ma al mas­simo “rinnovati”.

Provo a siste­ma­tiz­zare e sin­te­tiz­zare situa­zione attuale, evo­lu­zioni e pro­po­ste di prospettiva.

A] La foto­gra­fia della situa­zione attuale:

In ter­mini di sistema, le spe­ci­fi­cità della distri­bu­zione delle testate nel nostro paese ven­gono descritte con tutti i det­ta­gli del caso nel docu­mento recen­te­mente rea­liz­zato dall’ Anti­trust su que­sto tema al quale vi rimando per gli approfondimenti.

Vale la pena di spe­ci­fi­care che il canale distri­bu­tivo tra­di­zio­nale della stampa vede coin­volti quat­tro soggetti:

  • l’editore,
  • il distri­bu­tore nazionale,
  • il distri­bu­tore locale
  • le riven­dite – le edicole.

Il pro­cesso distri­bu­tivo può essere distinto in quat­tro fasi:

  • la defi­ni­zione del piano dif­fu­sio­nale primario,
  • il tra­sporto al distri­bu­tore locale,
  • la for­ni­tura delle rivendite
  • la gestione delle rese.

Nella catena distri­bu­tiva di quo­ti­diani e perio­dici sono gli edi­tori a svol­gere il ruolo prin­ci­pale [chan­nel lea­der, come dicevo nel con­fronto con il mer­cato auto­mo­bi­li­stico]. L’editore si fa carico del rischio che deriva dalla dif­fi­coltà di ade­guare l’offerta alla domanda con­sen­tendo al sistema distri­bu­tivo il diritto di resa delle copie inven­dute. A fronte dell’assunzione del rischio com­mer­ciale [ma non eco­no­mico e finan­zia­rio], l’editore detiene il con­trollo della poli­tica distri­bu­tiva, defi­nendo i prezzi di ven­dita e la dimen­sione delle for­ni­ture, non­ché con­fe­rendo esclu­sive ter­ri­to­riali per la distri­bu­zione all’ingrosso rela­tiva ad una deter­mi­nata area geografica.

La strut­tura della distri­bu­zione di quo­ti­diani e perio­dici a livello nazio­nale risulta piut­to­sto con­cen­trata. Due prin­ci­pali ope­ra­tori, Press-Di e M-Dis, rap­pre­sen­tano oltre metà del mer­cato di pro­dotto edi­to­riale distri­buito da distri­bu­tori nazio­nali, men­tre il restante 45% è ricon­du­ci­bile a cin­que altre imprese. In par­ti­co­lare, i distri­bu­tori nazio­nali ope­ranti in Ita­lia sono M-Dis (33% circa del volume d’affari com­ples­sivo), Press-Di (24%), Sodip (17%), A&G Marco (11%), Par­rini & C. (9%), Mes­sag­ge­rie Perio­dici Me.pe. (6%) e Pie­roni (1%) par­te­ci­pata a sua volta da M-Dis.

Ele­mento car­dine del sistema è il con­cetto di parità di trat­ta­mento nato, da un lato, per con­sen­tire la pos­si­bi­lità a tutti gli edi­tori di dif­fon­dere le pro­prie idee e, dall’altro lato, ai let­tori di avere accesso alle informazioni.

B] Evo­lu­zione & prospettive:

Gli aspetti che coin­vol­gono le pro­spet­tive di rilan­cio e riqua­li­fi­ca­zione in ambito edi­to­riale sono sin­te­tiz­zati nello schema sot­to­stante che include i tre aspetti focali sui quali verte la distri­bu­zione di testate e periodici.

Con rife­ri­mento alle tra­sfor­ma­zioni dei com­por­ta­menti di acqui­sto, per quelli che sono gli spazi offerti da que­sto straor­di­na­rio mezzo chia­mato blog, credo [e spero] di essermi espresso con chia­rezza la scorsa settimana.

Riguardo all’evoluzione del qua­dro nor­ma­tivo, altret­tanto, mi pare, è avve­nuto di recente a com­mento della pro­po­sta di libe­ra­liz­za­zione delle licenze la cui incon­si­stenza è rias­sunta tutta nell’ Arti­colo 8 – Moni­to­rag­gio del mer­cato edi­to­riale — del decreto di attua­zione della diret­tiva 2006/123/CE che recita: “La Pre­si­denza del Con­si­glio dei Mini­stri, senza oneri aggiun­tivi a carico del bilan­cio dello Stato, assi­cura il moni­to­rag­gio della rete di ven­dita dei gior­nali quo­ti­diani e perio­dici per l’espansione del mer­cato edi­to­riale. A tale fine, con decreto del pre­si­dente del Con­si­glio dei Mini­stri, è indi­vi­duata la strut­tura pre­po­sta a detto moni­to­rag­gio, con la par­te­ci­pa­zione dei sog­getti del com­parto distri­bu­tivo edi­to­riale e delle regioni di volta in volta inte­res­sate”. In una nazione in cui da più parti si invo­cano a gran voce gli stati gene­rali dell’editoria senza risul­tato alcuno, non è dif­fi­cile com­pren­dere l’inconsistenza e l’insensatezza del provvedimento.

Rispetto allo svi­luppo di nuove forme e nuove for­mule di ven­dita vale la pena di sof­fer­marsi poi­ché rap­pre­sen­tano la macro area che coin­volge poten­zial­mente tutto il sistema distri­bu­tivo nel suo com­plesso e, per quanto mi riguarda più diret­ta­mente, le edicole.

Dal punto di vista degli edi­tori la mag­giore delle disef­fi­cienze è rap­pre­sen­tato dall’elevata inci­denza delle rese che restano, al di là di for­mule tanto futu­ri­bili quanto impro­ba­bili, il costo mag­giore e dun­que l’area di recu­pero poten­ziale di mar­gi­na­lità per i chan­nel leader.

Ritengo che vi pos­sano essere diversi spazi di inter­vento in tal senso.

In pri­mis mi sento di sug­ge­rire uno stu­dio appro­fon­dito del set­tore del fre­sco ali­men­tare per veri­fi­carne logi­che e ope­ra­ti­vità che se adat­tate ed imple­men­tate nell’ambito della distri­bu­zione delle testate sono certo appor­te­reb­bero bene­fici significativi.

In seconda bat­tuta, valu­te­rei la rein­tro­du­zione, attua­liz­zata, della figura dell’ispettore com­mer­ciale. Ogni impresa che si rispetti, anche la più impor­tante e tec­no­lo­gi­ca­mente avan­zata, è dotata di sen­sori sul campo, di uomini in grado di dia­lo­gare con la sin­gola realtà di cia­scun punto ven­dita e di ripor­tare [se ben adde­strati] in azienda punti di forza ed aree di miglio­ra­mento su cui lavo­rare; mi sfugge per­chè que­sto non avvenga nell’ambito di rife­ri­mento spe­ci­fico. E’ noto come per ogni stra­te­gia di approc­cio al mer­cato debba esserci una ade­guata orga­niz­za­zione; si segnala che dall’esterno non se ne per­ce­pi­sce l’esistenza.

Pur ope­rando in una logica mul­ti­ca­nale come gli utenti si atten­dono, lavo­re­rei in ter­mini di dif­fe­ren­zia­zione di pro­dotto così da man­te­nere part­ner­ship e svi­lup­pare poli­ti­che di canale, non­ché azioni di trade mar­ke­ting, degne di que­sto nome invece delle nefan­dezze che si osser­vano quotidianamente.

Incen­ti­ve­rei, anche con con­tri­buti eco­no­mici, l’infor­ma­tiz­za­zione delle edi­cole che se rea­liz­zata con pro­grammi degni di que­sto nome [dimen­ti­chia­moci di info­riv e ige­riv e svi­lup­piamo qual­cosa che abbia dav­vero un senso, per favore] favo­ri­rebbe tutta la filiera nella gestione. Que­sto con­sen­ti­rebbe, tra l’altro di avviare un dia­logo diretto bypas­sando mille lacci e lac­ciuoli.

Come gior­na­laio, invece, ho già avuto modo di for­mu­lare le mie pro­po­ste che mi sento tutt’oggi di con­fer­mare. Tor­nerò a par­larne con spe­ci­fico rife­ri­mento a quello che, come tema gene­rale, mi piace chia­mare “l’edicola del futuro ed il futuro delle edicole”.

Sono, ancora una volta, temi di una tale ampiezza da non potersi sicu­ra­mente rite­nere esau­riti. Pren­de­teli come una minima mora­lia, spunti di appro­fon­di­mento, appunti mal distribuiti.….per restare in tema.

Gra­zie dell’attenzione.

Pubblicato il 22 gennaio 2010 by Pier Luca Santoro

Annus Horribilis

Sono stati resi dispo­ni­bili i dati rela­tivi agli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari a Novem­bre 2009. Con il pro­gres­sivo di 11 mesi su 12 è pos­si­bile dun­que trac­ciare un primo bilan­cio dell’anno scorso.

Par­lare di annus hor­ri­bi­lis non è una esagerazione.

Sono stati “bru­ciati” circa1.303 milioni di euro rispetto al pari periodo dell’anno precedente.

L’unico media per il quale si regi­stra una cre­scita è inter­net che però sconta una fles­sione per quanto riguarda display ed affi­liate; cre­sce solo l’area rela­tiva alla tipo­lo­gia search che pesa il 55,3% degli inve­sti­menti in comu­ni­ca­zione effet­tuati sul web.

Crollo di tutti i media ed in par­ti­co­lare della stampa con la free press ridotta al lumi­cino ed i perio­dici che in ter­mini per­cen­tuali regi­strano la peg­gior per­for­mance in assoluto.

La tele­vi­sione, nono­stante perda per­cen­tual­mente meno degli altri mezzi e del totale mer­cato, ven­dendo di con­se­guenza aumen­tare la pro­pria quota, pesa per quasi il 40% delle per­dite totali [– 500 milioni di euro].

Se il modello di busi­ness dell’editoria non può pre­scin­dere dalla pub­bli­cità, que­sti dati evi­den­ziano con la cru­dezza dei numeri una crisi che oltre ad essere strut­tu­rale è di valori e di moda­lità di rela­zione con quelli che un tempo veni­vano chia­mati con­su­ma­tori e che oggi hanno rin­no­vate defi­ni­zioni ma non altret­tanto nuove orga­niz­za­zioni d’impresa.

Senza inter­ve­nire con deci­sione su entrambi i fat­tori non sarà pos­si­bile rea­liz­zare per­corsi di ripresa né per l’editoria né per la comu­ni­ca­zione pubblicitaria.

Inve­sti­menti Pub­bli­ci­tari in Italia

[Stime ela­bo­rate da Niel­sen Media Research — valori in migliaia di euro]

Genn. — Nov.

2008

Share % Genn. — Nov.

2009

Share % + / -

%

Totale ADV 9068402 100 7765822 100 –14,4
TV 4509909 49,7 4002972 51,5 –11,1
Tot Stampa 2798836 30,8 2168521 27,9 –22,5
Quo­ti­diani 1538400 17 1272758 16,4 –17,3
Free­press 127021 1,4 92073 1,1 –27,5
Perio­dici 1133415 12,5 803690 10,3 –29,1
Radio 441235 4,9 396848 4,7 –10,1
Inter­net 503352 5,5 526712 6,7 4,6
Affis­sioni 209823 2,3 156779 2 –25,3
Direct Mail 551668 6,1 458099 5,9 –17

Fonte: Ela­bo­ra­zioni “Il Gior­na­laio” su dati Niel­sen Media.

Pubblicato il 22 gennaio 2010 by Pier Luca Santoro

The opposite of open is theirs

Il New York Times risponde ai dubbi, alle domande, dei suoi let­tori rela­ti­va­mente alla deci­sione [che dalla pri­ma­vera 2010 viene spo­stata al 2011] di far pagare i con­te­nuti dell’edizione on line del quotidiano.

Visti i risul­tati di chi ha effet­ti­va­mente intra­preso la strada del paga­mento, non limi­tan­dosi alle dichia­ra­zioni d’intenti, non ci sarebbe da stu­pirsi se nella realtà dei fatti l’idea di far pagare i con­te­nuti non venisse realizzata.

Per­so­nal­mente ritengo che, al di là di ogni altra pos­si­bile con­si­de­ra­zione sul tema, le bar­riere siano con­ce­pite nell’ipotesi di non avere una cre­scita di audience.  Le bar­riere per defi­ni­zione costi­tui­scono un limite, un freno.

Sotto que­sto pro­filo è di una luci­dità straor­di­na­ria la sin­tesi effet­tuata da David Wein­ber­ger che afferma:  « the oppo­site of “open” is “theirs.” ». Non credo sia pos­si­bile miglior rispo­sta all’idea dei quo­ti­diani di far pagare i con­te­nuti on line.

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Pubblicato il 21 gennaio 2010 by Pier Luca Santoro

Rinchiusi con Facebook e Twitter

Dall’ 1 al 5 feb­braio pros­simi cin­que gior­na­li­sti fran­cesi, di altret­tante emit­tenti radio­fo­ni­che [France Info, France Inter, Radio Télé­vi­sion Suisse, Radio-Canada, RTBF], pas­se­ranno cin­que giorni iso­lati dal resto del mondo in una casa di cam­pa­gna nel sud ovest della Fran­cia rice­vendo infor­ma­zioni sola­mente attra­verso Face­book e Twit­ter.

L’idea è quella di veri­fi­care quale let­tura del mondo, quale per­ce­zione dell’attualità, si ottiene iso­lan­dosi dal con­te­sto sociale e vivendo infor­man­dosi esclu­si­va­mente attra­verso que­sti due canali, se l’informazione otte­nuta è per­ti­nente e se si otten­gono le stesse infor­ma­zioni che si sareb­bero rice­vute attra­verso i media tradizionali.

L’iniziativa, sep­pur di breve durata, potrebbe essere inte­res­sante se non fosse che attual­mente la stra­grande mag­gio­ranza dei mezzi di infor­ma­zione “clas­sica” ha aperto un account, un canale di pro­mo­zione dei pro­pri con­te­nuti, via twit­ter e che dun­que, in assenza di det­ta­gli, si potrebbe pen­sare che si riceva la mede­sima informazione.

Per saperne di più, sarà pos­si­bile seguire i gior­na­li­sti che, come ormai con­sue­tu­dine, ripor­te­ranno la loro espe­rienza in un blog all’interno del por­tale di France info e l’ultimo giorno rea­liz­ze­ranno una diretta radio­fo­nica dalla casa.

Pubblicato il 20 gennaio 2010 by Pier Luca Santoro

Senza giornali [di carta] per un anno

Adam Vin­cen­zini, lon­di­nese con­su­lente nell’area delle public rela­tions, ha deciso di pro­vare a spe­ri­men­tare se sia pos­si­bile vivere per un anno senza acqui­stare o leg­gere alcun quo­ti­diano nel for­mato tradizionale.

Le regole sono state descritte nel suo blog ad ini­zio 2010 e da allora, con fre­quenza set­ti­ma­nale, ven­gono pub­bli­cati degli aggior­na­menti sull’andamento dell’esperimento in corso.

Per la natura del suo lavoro, Vin­cen­zini è [era] legato alla let­tura dei gior­nali oltre che per avere aggior­na­menti sulle noti­zie per veri­fi­care il buon anda­mento, o meno, delle cam­pa­gne pro­mosse dalla sua società di PR.

Nel corso di tutto il 2010, per­ciò, ten­terà di leg­gere le noti­zie sola­mente su sup­porti elet­tro­nici via inter­net dovendo evi­tare a tutti i costi qual­siasi con­tatto con la ver­sione car­ta­cea dei quo­ti­diani. L’esperimento tende dun­que a dimo­strare se que­sto sia pos­si­bile o meno. Dal video pub­bli­cato sabato 16 gen­naio scorso si ini­ziano a vedere le prime dif­fi­coltà e si apprezza come i gior­nali nella loro ver­sione tra­di­zio­nale [di carta] siano parte inte­grante e fon­da­men­tale della nostra quotidianità.

Sarà inte­res­sante con­ti­nuare a seguire il test durante il corso dell’anno per veri­fi­carne l’avanzamento e l’impatto. Stay tuned.

Pubblicato il 19 gennaio 2010 by Pier Luca Santoro

Paywalls

Ieri ampio spa­zio è stato dedi­cato alle indi­scre­zioni secondo le quali il New York Times sarebbe in pro­cinto di far pagare i con­te­nuti della pro­pria edi­zione on line. Ne hanno par­lato, tra gli altri, Mas­simo Man­tel­lini, Vit­to­rio Paste­ris, Ste­fano Bonilli e Mas­simo Russo che ha effet­tuato l’analisi di mag­gior pro­fon­dità sull’argomento entrando nei det­ta­gli di pro­ba­bili prezzi e con­te­nuti erogati.

Come rileva The NYT­Pic­ker [la ver­sione sta­tu­ni­tense di Pazzo per Repub­blica dedi­cata al NYT], la noti­zia è tutto fuor­ché uno scoop poi­ché è da que­sta pri­ma­vera che cir­co­lano indi­scre­zioni sul tema rispetto al quale spa­zio è stato dato anche all’interno del Gior­na­laio tempo fa.

Già The Eco­no­mist, in una recente ana­lisi rela­tiva alle pro­spet­tive del mer­cato edi­to­riale, ha defi­nito il 2010 come “The year of the pay­wall” ana­liz­zando le moti­va­zioni degli edi­tori a far pagare i con­te­nuti on line.

Allo stesso tempo ven­gono divul­gati i risul­tati della ricerca svolta da Har­ris Inte­rac­tive per conto di AdWeek che, ancora una volta, come sin­te­tizza la tavola sot­to­stante, mostra come la stra­grande mag­gio­ranza dei let­tori non abbia inten­zione di pagare per i con­te­nuti on line.

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Sep­pure Media­shift abbia pub­bli­cato un inte­res­sante reso­conto su come il Wall Street Jour­nal uti­lizzi i social media al di là dei pay­wall per l’accesso al pro­prio sito, per­so­nal­mente ritengo che, al di là di ogni altra pos­si­bile con­si­de­ra­zione sul tema, le bar­riere siano con­ce­pite nell’ipotesi di non avere una cre­scita di audience; è anche que­sta una indi­ca­zione non tra­scu­ra­bile sul futuro dell’informazione.

L’ unico van­tag­gio dell’approccio pro­te­zio­ni­stico even­tual­mente adot­tato da alcuni edi­tori, come enun­ciato nel pre­ci­tato arti­colo di The Eco­no­mist, è che costringe final­mente a pen­sare a cosa i let­tori dav­vero vogliano. Un sot­to­pro­dotto dav­vero inte­res­sante per il quale è stata creata una check list.

Quale che sia, o meno, l’effettiva oppor­tu­nità di far pagare i con­te­nuti on line, cer­ta­mente non riguarda il nostro paese anche per la dimen­sione del mer­cato di riferimento.

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