luglio 2009

Pubblicato il 31 luglio 2009 by Pier Luca Santoro

I giornali tradizionali continuano a dominare

Nono­stante il nuovo che avanza, la ver­sione car­ta­cea dei gior­nali con­ti­nua a pre­va­lere net­ta­mente su quella on line.

Secondo la simu­la­zione effet­tuata da un gior­na­li­sta del Wall Street Jour­nal, sia in ter­mini di tempo che a livello di rea­der­ship la ver­sione car­ta­cea dei prin­ci­pali quo­ti­diani sta­tu­ni­tensi pre­vale abbon­dan­te­mente su quella on line.

reading char usa newspapers

E’ sem­pre della mede­sima fonte una pre­ce­dente stima che con­fer­me­rebbe come anche negli Stati Uniti la red­di­ti­vità dei quo­ti­diani on line, nel caso pas­sas­sero – come par­rebbe – ad una ver­sione a paga­mento, sarebbe ten­den­zial­mente ininfluente.

I dati e le stime degli USA con­fer­mano dun­que le simu­la­zioni effet­tuate dal sot­to­scritto poco più di un mese fa; la pros­sima volta che potrò pren­dermi una mezza gior­nata filata per farlo pro­verò ad effet­tuare la mede­sima tabella con rife­ri­mento ai quo­ti­diani ita­liani per avere una ulte­riore con­ferma [o smen­tita, se del caso] delle ipo­tesi di lavoro sin qui sviluppate.

Oltre alla bufala del tutto gra­tis su inter­net, i quo­ti­diani potreb­bero essere vit­time di un abba­glio altret­tanto impor­tante che li sta por­tando a can­ni­ba­liz­zarsi.

Non vi è dub­bio su quale sia il nuovo eco­si­stema delle noti­zie, ma non di meno è asso­lu­ta­mente neces­sa­rio non esserne distratti ecces­si­va­mente svi­lup­pando ipo­tesi fuor­vianti di red­di­ti­vità. Il modello di busi­ness futuro con­ti­nuerà a pas­sare ancora per almeno i pros­simi venti anni attra­verso la dif­fu­sione car­ta­cea e il canale edi­cole; dimen­ti­car­sene potrebbe essere fatale.

Pubblicato il 30 luglio 2009 by Pier Luca Santoro

No media, no news, no business model per Chris Anderson

Chris Ander­son è stato inter­vi­stato recen­tis­si­ma­mente da Spie­gel Inter­na­tio­nal sul futuro delle noti­zie, la sfida posta dal web ai media tra­di­zio­nali e sui pos­si­bili modelli di busi­ness.

Nell’ inter­vi­sta Ander­son esor­di­sce pro­vo­ca­to­ria­mente rispon­dendo che non uti­lizza le parole media e news poi­ché prive di signi­fi­cato chia­rendo fin da subito la sua posi­zione rela­ti­va­mente ai main­stream media.

Tra­la­sciando che Ander­son stesso, come noto, sia edi­tore tra­di­zio­nale con Wired, è inte­res­sante rile­vare come non venga di fatto for­nita una alter­na­tiva né di ter­mini né di con­te­nuti e prospettive.

Alla domanda dell’ inter­vi­sta­tore di cono­scere i ter­mini alter­na­tivi a news e media, la rispo­sta è: “There are no other words”.

Ancora più inte­res­sante è il pas­sag­gio in cui afferma che i gior­nali non sono più impor­tanti, ma che resta rile­vante il pro­cesso di rac­colta ed ana­lisi delle infor­ma­zioni [New­spa­pers are not impor­tant. It may be that their phy­si­cal, prin­ted form no lon­ger works. But the pro­cess of com­pi­ling infor­ma­tion and ana­ly­zing it, and adding value to it and distri­bu­ting it, still works].

Sol­le­ci­tato dun­que sul modello di busi­ness web based, Ander­son risponde testual­mente: “We’re still figu­ring that out”.

Pare insomma che  il miglior impac­chet­ta­tore di idee in cir­co­la­zione non sia in grado di argo­men­tare alter­na­tive cre­di­bili né in ter­mini seman­tici né, tanto meno, a a livello di busi­ness model.

Good luck Mr. Anderson!

Wired

A mar­gine si segnala che:

  1. La rac­colta pub­bli­ci­ta­ria di Wired negli Stati Uniti è crol­lata del 40% come ripor­tato da Spie­gel a latere dell’articolo sopraccitato.

  2. Free non esi­ste. C’è sem­pre qual­cuno che paga, a titolo esem­pli­fi­ca­tivo si veda il fun­zio­na­mento dei finan­zia­menti defi­niti “a tasso zero”.

Pubblicato il 29 luglio 2009 by Pier Luca Santoro

ConversActions Failure

Il futuro del gior­na­li­smo e delle noti­zie è appeso al filo della col­la­bo­ra­zione allar­gata e delle conversazioni.

Twit­ter ed il twitter-giornalismo sono indub­bia­mente parte inte­grante del percorso.

Pare che i gior­na­li­sti pro­fes­sio­ni­sti [o quan­to­meno retri­buiti] con­ti­nuino a restare pre­va­len­te­mente al mar­gine del pro­cesso con risul­tati evidenti.

Twitter and Journalist

Pubblicato il 28 luglio 2009 by Pier Luca Santoro

Ignoranti quem portum petat nullus ventus suus est

Esclu­dendo alcuni sog­getti asso­lu­ta­mente mar­gi­nali per con­cla­mata incom­pe­tenza, ini­zia ad esserci coe­sione ed accordo su quale sia il modello futu­ri­bile di costru­zione delle notizie.

Anche il sot­to­stante dia­gramma di ishi­kawa sin­te­tizza come alla costru­zione della noti­zia com­par­te­ci­pino ele­menti fino a poco fa con­si­de­rati alieni [o quan­to­meno mar­gi­nali] alla stessa rela­tivi all’area del gior­na­li­smo non professionale.

mediachartprocess

Jeff Jar­vis ieri, dalle pagine [web] del Guar­dian, inte­gra egre­gia­mente que­sta visione par­lando non solo dell’eco­si­stema delle noti­zie ma di quello che con­ti­nua ad essere l’anello debole del dibat­tito attual­mente in corso sul tema, i key pil­lars sui quali possa rea­li­sti­ca­mente basarsi la red­di­ti­vità dell’editoria.

Sono due, a mio avviso, i pas­saggi chiave dell’arti­colo.

L’ecosistema delle noti­zie è cam­biato ed i gior­nali [ed i main­stream media più in gene­rale] non ne sono più né gli attori esclu­sivi né tan­to­meno cen­trali: “[….] the new­spa­per pro­du­ces, owns and con­trols the asset that is the news. If, instead, we define news as the pro­vince of a lar­ger eco­sy­stem of which a new­spa­per — or its suc­ces­sor news orga­ni­sa­tion — is merely a mem­ber, then help no lon­ger looks like cha­rity. It looks like col­la­bo­ra­tion”.

Il modello di busi­ness delle noti­zie non può basarsi sulle sov­ven­zioni o, peg­gio, sulle pre­bende. Le imprese edi­to­riali non pos­sos­sono affi­darsi al volon­ta­riato ed alle offerte cari­ta­te­voli: “[…] Cha­rity is likely to be a con­tri­bu­tor to the future of news. So will volun­teer labour in the form of blog­gers and cro­wd­sour­cing. But we still need a busi­ness model for news. News still needs to be pro­fi­ta­ble to sur­vive. It’s not a church”.

Le imprese edi­to­riali non hanno, sin ora, effet­tuato le dolo­rose, ma neces­sa­rie, rior­ga­niz­za­zioni già avve­nute da tempo in altri set­tori, garan­tite da un modello di busi­ness fon­dato sulla cre­scita all’infinito degli inve­sti­menti promo-pubblicitari e sui ritorni gene­rati per­lo­più dall’osse­quiare ser­vi­zie­vol­mente il potente di turno accu­mu­lando e man­te­nendo costi non sostenibili.

Già in tempi remoti era chiaro, come diceva Seneca, che: igno­ranti quem por­tum petat nul­lus ven­tus suus est [il vento non sof­fia mai dalla parte giu­sta per chi non sa dove andare]. Ormai è ade­gua­ta­mente defi­nito il futuro del gior­na­li­smo e delle noti­zie, è adesso neces­sa­rio lavo­rare sul modello soste­ni­bile di busi­ness delle stesse.

Se cre­dete, pro­vate a chie­dere al vostro gior­na­laio, secondo me ha delle idee in proposito.

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