giugno 2009

Posted on 30 giugno 2009 by Pier Luca Santoro

Spunti e commenti sull’ utilizzo corporate dei social media

L’arti­colo redatto qual­che giorno fa da Ste­fa­nia Ric­cio, oltre ad essere ricco di spunti di rifles­sione e con­fronto ha inne­scato un dibat­tito meri­te­vole di essere approfondito.

In “Dal blog al book” viene sostan­zial­mente fatta una cri­tica dei social media, con par­ti­co­lare rife­ri­mento ai blog, sia in ter­mini di auto­re­fe­ren­zia­lità quando ricon­du­ci­bili ad una per­sona, che di uti­lizzo scor­retto o quan­to­meno fuor­viante quando rife­ri­bili ad una impresa.

Tesi spo­sata e rin­for­zata quasi all’unisono nei com­menti e sin­te­tiz­zata da quelli espressi da Fer­ruc­cio Bira­ghi che afferma: I blog padro­nali, allo stesso modo di tutto quello che è fina­liz­zato al pro­fitto, sono costi­tu­zio­nal­mente rivolti a per­sua­dere. La comu­ni­ca­zione aperta e la costru­zione di cono­scenza sono aldilà della loro logica d’azione. La degra­da­zione in book è legata agli utili e il modello redattore-lettore ripe­tono le strut­ture ver­ti­ci­sti­che dell’organizzazione di fab­brica, for­mag­gini, ser­vizi, noti­zie, inser­zioni che siano. Seguito subito da Simona Avi­ta­bile con: L’abuso della parola com­mu­nity vor­rebbe alleg­ge­rire la subor­di­na­zione delle audience e la pri­ma­zia delle for­mule reda­zio­nali adot­tate, copia con­forme dei modelli gerar­chici delle aziende patro­ci­na­trici, un trucco troppo evi­dente per con­vin­cere sugli obiet­tivi dichiarati.

Come dicevo, l’argomento è tal­mente vasto ed arti­co­lato che dif­fi­cil­mente può esau­rirsi in spazi così ridotti. Ten­tiamo comun­que di ampliare il dibat­tito e di rac­co­glierne, spero, gli spunti che ver­ranno appro­fon­dendo alcuni aspetti citati in sintesi.

In gene­rale, se da un lato Manuel Castells ricorda che La logica di rete induce una deter­mi­na­zione sociale di livello supe­riore rispetto a quello degli inte­ressi sociali spe­ci­fici espressi nelle reti; il potere dei flussi afferma la sua prio­rità sui flussi del potere , dall’altro Andrea Fuma­galli afferma come “Siamo di fronte a un para­dosso o meglio ad una poten­ziale con­trad­di­zione: il gene­ral intel­lect con­sente la crea­zione di un valore che trae linfa dalla coo­pe­ra­zione sociale, ma che viene distri­buito tra­mite pro­cessi di espro­pria­zione sociale”.

Se pen­siamo al twitter-giornalismo, per citare non solo un argo­mento di attua­lità ma anche un set­tore eco­no­mico sto­ri­ca­mente al ser­vi­zio del potere costi­tuito, non pos­siamo che con­cor­dare con la frase citata di Castells. Dall’altro lato, rima­nendo nello stesso ambito/settore, è di que­sti giorni, altret­tanto, l’espropriazione effet­tuata da “La Repub­blica” a danno di blog­ger ed utenti rela­ti­va­mente all’annosa que­stione delle dieci domande; coin­volti solo per essere sfrut­tati come ampli­fi­ca­tori del mes­sag­gio del quo­ti­diano senza coin­vol­gi­mento e rico­no­sci­mento alcuno da parte degli idea­tori della cam­pa­gna sociale, avval­lando così la tesi di Fumagalli.

future-of-social-web

In ambito cor­po­rate l’utilizzo dei social media è stato infi­ciato fon­da­men­tal­mente – nel nostro paese più che altrove, forse — da sedi­centi esperti che pour cause ne hanno decla­mato e pro­mosso per anni l’adozione presso le aziende, senza che fosse valu­tato l’impatto da nes­sun punto di vista. Molto spesso i social media sono stati descritti come la pana­cea low cost di tutti mali, senza che vi fosse una valu­ta­zione di coe­renza rispetto al mix di comu­ni­ca­zione e, soprat­tutto, senza con­si­de­rare l’impatto sull’organizzazione interna e la coe­renza tra que­sta e lo stile comu­ni­ca­zione effet­tuata all’interno dell’ impresa. E’ in que­sti casi, ahimè dif­fusi, che devo asso­lu­ta­mente con­cor­dare con Ste­fa­nia Ric­cio quando afferma che: “Il blog diventa una rac­colta di imma­gini e osanna, simile ai book di pre­sen­ta­zione di oggetti, mac­chine o per­sone e la moder­niz­za­zione appa­rente fini­sce con il mostrare la vera iden­tità”.

La sto­ria della comu­ni­ca­zione via inter­net è lastri­cata di errori, spesso pagati a caro prezzo. Dalla crea­zione dei primi siti web alla pre­senza all’interno dei più noti social net­work, pas­sando per second life e, appunto, i cor­po­rate blog abbiamo com­preso, mi auguro, come l’importante non sia esserci ma saperci stare.

I modelli cul­tu­rali e di comu­ni­ca­zione vanno rivi­sti e adat­tati, se neces­sa­rio rivo­lu­zio­nati, per uscire dalla logica top down [notare il lin­guag­gio non ver­bale: quando parla di quanto è impor­tante la rete per Fiat, incro­cia le brac­cia e non guarda nella tele­ca­mera, ma divaga con gli occhi da una parte all’altra. Qual­cuno potrebbe soste­nere che non è molto sin­cero] ed ingag­giare la con­ver­sa­zione con le per­sone sul web e fuori da esso.

L’impresa va uma­niz­zata e l’organizzazione interna dell’azienda adat­tata sia in ter­mini di strut­tura che di coin­vol­gi­mento dei dipen­denti. Più forte è il coin­vol­gi­mento, mag­giore è la fles­si­bi­lità, che serve alle per­for­mance collettive.

Troppo spesso ci si con­cen­tra sul mezzo non sul con­te­nuto e le sue impli­ca­zioni. E’ ora che la cosid­detta visione oli­stica venga effet­ti­va­mente appli­cata e non sola­mente decla­mata come avviene prevalentemente.

Il pas­sag­gio al web 2.0 è con­cla­mato, la frat­tura cau­sata dall’assenza della rea­liz­za­zione effet­tiva di « modelli enter­prise 2.0 », pas­sato – augu­ria­moci – l’attuale – momento con­giun­tu­rale potrebbe cau­sare dico­to­mie e scom­pensi altret­tanto gravi.

Buona parte della mappa è dispo­ni­bile, non resta che uti­liz­zarla ade­gua­ta­mente man­te­nendo la rotta.

Social media specialist

Nota: Sul tema si segna­lano due inte­res­santi con­ver­sa­zioni: una inne­scata dal sot­to­scritto che ha ripor­tato uno dei com­menti all’articolo ed un altra che verte sulla domanda se social media e fat­tu­rato siano compatibili.

Arti­colo ori­gi­na­ria­mente redatto per Irio­spark

Posted on 29 giugno 2009 by Pier Luca Santoro

La proposta

La crisi con­cla­mata dell’editoria non è più ormai argo­mento di discus­sione, men­tre biso­gna evi­den­te­mente cen­trare l’attenzione sulle moda­lità per risol­le­varsi dalla stessa. I mar­gini di miglio­ra­mento sono com­ples­si­va­mente tal­mente ele­vati che dav­vero tal­volta si fatica a com­pren­dere per­chè ad oggi, al di là di rita­gli dove­rosi, non siano state intra­prese azioni di miglio­ra­mento degne di que­sto nome.

Da que­sto per­corso non pos­sono essere esclusi ovvia­mente coloro che sono depu­tati alla distri­bu­zione ed alla com­mer­cia­liz­za­zione dei pro­dotti edi­to­riali e, in tal senso, ci augu­riamo che l’incontro tra FIEG e le rap­pre­sen­tanze dei gior­na­lai sca­den­zato per metà luglio sia il meno “poli­tico” ed il più operativo/concreto possibile.

Una ras­si­cu­ra­zione sul pro­cesso da intra­pren­dere e sui tempi ristretti in cui attuarlo è stata espressa recen­te­mente dal Capo Dipar­ti­mento “Media e Edi­to­ria” Elisa Grande che ha affer­mato come: “la riforma, che sara’ con­di­visa, vedra’ il coin­vol­gi­mento “di tutti gli ope­ra­tori: edi­tori, gior­na­li­sti, distri­bu­tori, edi­co­lanti.

Coe­ren­te­mente con la “mis­sion” di que­sti spazi – da gior­na­laio – alcune pro­po­ste dal mio punto di vista al riguardo:

  • Con­tri­buti sino ad un mas­si­male di 2000 euro per punto vendita/ragione sociale per l’informatizzazione della rete di edi­cole. Con­tri­buto sta­tale del 70% a fondo per­duto e dal 10 al 15% a carico degli edi­tori in ragione del volume d’affari del sin­golo punto vendita.

  • Cen­si­mento e stra­ti­fi­ca­zione dei 35mila punti ven­dita al det­ta­glio che coprono il ter­ri­to­rio nazio­nale. A tale riguardo pro­durrò una spe­ci­fica pro­po­sta det­ta­gliata nei pros­simi giorni.

  • Abro­ga­zione della parità di trat­ta­mento ed intro­du­zione di un fee [quo­ti­diani esclusi] per l’introduzione di nuovi pro­dotti edi­to­riali nel canale edicole.

  • Intro­du­zione di incon­tri men­sili a livello pro­vin­ciale tra gior­na­lai, distri­bu­tore locale e un edi­tore a rotazione.

  • Crea­zione di cir­cuiti di comu­ni­ca­zione nazio­nali, regio­nali e pro­vin­ciali che affit­tino spazi di comu­ni­ca­zione in vetrina e sul banco delle edicole.

  • Rico­no­sci­mento di un fee per inse­ri­mento cam­pioni di pro­dotto nelle rivi­ste set­ti­ma­nali e mensili.

  • Crea­zione di un osser­va­to­rio per­ma­nente su il futuro dell’edicola e l’edicola del futuro com­po­sto da rap­pre­sen­tanti di tutta la filiera.

  • ….….….….….….…..le vostre pro­po­ste nell’apposito spa­zio dei com­menti [se altrove si prega gen­til­mente di segna­lare, grazie]

the-letter

Posted on 26 giugno 2009 by Pier Luca Santoro

Commenti ed indicazioni per il futuro dell’editoria

Nel corso della set­ti­mana ho pro­vato a for­nire il mio con­tri­buto rela­ti­va­mente al futuro dei gior­nali e dell’editoria più in gene­rale, ponendo l’accento in par­ti­co­lare su due argo­menti di attua­lità quali il twitter-giornalismo ed il paga­mento delle noti­zie on line.

Rela­ti­va­mente al secondo tema pro­po­sto, inte­res­sante e con­di­vi­si­bile il com­mento di Gaspar Tor­riero che sin­te­tizza le ulte­riori pos­si­bili “deri­vate” argo­men­tando che: Credo che da quei sei milioni e rotti rica­vati dalla ven­dita dei con­te­nuti online al 10% dei visi­ta­tori, occorra sot­trarre il man­cato gua­da­gno per l’altro 90% che non si becca più la pub­bli­cità. Meno facil­mente quan­ti­fi­ca­bile ma altret­tanto impor­tante è la per­dita di rile­vanza nelle ricer­che su Google.

L’articolo pub­bli­cato mer­co­ledì sul “Cor­sera” con­sente di ripren­dere ed ampliare il discorso.

Mas­simo Gaggi in “La rivo­lu­zione di Twit­ter manda in affanno i media” par­tendo dall’ hype del momento, parla di come le reti sociali impon­gano una ride­fi­ni­zione del gior­na­li­smo sia in ter­mini di skills richie­sti ai gior­na­li­sti, che di atten­di­bi­lità delle fonti.

Più che il pezzo stesso – senza nulla togliere al dili­gente gior­na­li­sta — sono i com­menti che sono di vero interesse.

La foto­gra­fia che trac­ciano sullo stato del gior­na­li­smo e sul futuro dei gior­nali è dav­vero pun­tuale. Credo che valga dav­vero la pena di ripren­derne la mag­gior parte per poter – al pari di una ricerca qua­li­ta­tiva – com­pren­dere desi­de­rata dei let­tori di quo­ti­diani e aree di miglio­ra­mento per l’editoria nostrana. Per sem­pli­cità di let­tura ho evi­den­ziato i pas­saggi che mi appa­iono più interessanti.

  • Il pro­blema e’ l’ignoranza tec­no­lo­gica di molti gior­na­li­sti. Fin­che’ non ci sara’ un ricam­bio gene­ra­zio­nale i media inse­gui­ranno. Oggi e’ twit­ter domani saranno altre tec­no­lo­gie che sono gia’ qui ma sco­no­sciute ai molti. Twit­ter e’ nato nel 2006 ed io lo uso da allora, pos­si­bile che i gior­nali lo sco­prano solo adesso? Ci vogliono gior­na­li­sti com­pe­tenti o i gior­nali mori­ranno, e’ inu­tile par­lare di gior­nali a paga­mento quando ci sono altre opzioni, l’informazione deve essere gra­tuita, cer­cate altri modi per far soldi. Non illu­de­tevi, gli utenti di inter­net abban­do­ne­ranno imme­dia­ta­mente tec­no­lo­gie non gra­tuite. Vedrete che l’idea di Mur­doch per i gior­nali a paga­mento fal­lira’. Fra­Dol­cino

  • Se voglio la noti­zia nuda e cruda in tempo reale vado su inter­net, se voglio appro­fon­dirla il giorno dopo com­pro il quo­ti­diano (oppure –meglio– pago per un accesso pre­mium ad inter­net). Ovvio che se l’approfondimento non appro­fon­di­sce mi irrito (leg­gasi non pago). Iuruiuri

  • Come al solito ci si con­cen­tra sul mezzo mai sul con­te­nuto. Twit­ter è sicu­ra­mente uno stru­mento rivo­lu­zio­na­rio per la sua sem­pli­cità e per il legame che sta­bi­li­sce tra chi scrive e chi legge ma non è que­sto a man­dare in crisi gli edi­tori. La loro crisi nasce dalla man­canza di gene­rare con­te­nuti inte­res­santi per i let­tori. Sen­tire dalla viva voce di chi è nella noti­zia più di chi fa da inter­me­dia­rio è la sfida degli edi­tori. Forse il pub­blico gio­vane non vuole più inter­me­diari, non si fida o peg­gio non ci sono. I gior­nali, i tele­gior­nali sono un copia e incolla di noti­zie di agen­zie. I vec­chi media sono diven­tati aggre­ga­tori di feed. Per rac­con­tare le cose biso­gna scen­dere in strada tra la gente. Lettore_727580

  • Al gior­na­li­smo tra­di­zio­nale sono richie­ste delle carat­te­ri­sti­che dif­fe­renti rispetto a un mes­sag­gio di 180 carat­teri. Ormai non com­pro o leggo un gior­nale per avere noti­zie dell’ultimo minuto ma per­ché mi aspetto che una reda­zione con espe­rienza nel gior­na­li­smo mi for­ni­sca pezzi arti­co­lati (pren­den­dosi tempo per veri­fi­care le fonti, non facendo il copia-e-incolla da Wiki­pe­dia), appro­fon­di­menti, inchie­ste di un certo livello. Secondo me cer­care di scim­miot­tare que­sti nuovi media farà solo peg­gio­rare le con­di­zione in cui si trova oggi la stampa. Batra­cos

  • Con i Nuovi Media i Vec­chi Gior­nali e Gior­na­li­sti potreb­bero ini­ziare a dirci la Verità sui fatti e non a nascon­derli come è sem­pre stato fatto. I Vec­chi gior­nali non sono più cre­di­bili ne tanto meno I Vec­chi gior­na­li­sti. Con i Nuovi Media si rischia un po di con­fu­sione ma qual­che pez­zet­tino di Verità Vera da qual­che parte si trova. Quindi Ini­ziate a dire la Verità e bat­te­rete il Citi­zen Jou­na­lism. “Que­sta è la Stampa, Bel­lezza !” disse Hum­prey Bogart nel film “L’ultima minac­cia”. Andate a rive­der­vlo è sulle reti P2P. MisterMister

  • È chiaro che le due cose deb­bano essere inte­grate. Un mes­sag­gino da 140 carat­teri è poco più di un avviso. Ad un gior­nale ‘decente’ si richiede di ana­liz­zare le fonti, ampliarle, spie­garle, ana­liz­zarle, appro­fon­dirle. Le due cose non sono neces­sa­ria­mente in oppo­si­zione. Max Paine

  • Mi sem­bra che si stia para­go­nando cose com­ple­ta­mente diverse tra loro. Un mes­sag­gio da 140 carat­teri non è una noti­zia, è un’avviso. “Un’ansa”. Non vuol dire essere infor­mati, vuol dire accon­ten­tarsi. Se un ragaz­zino con il cel­lu­lare riprende la morte in diretta di una donna è per­chè ha avuto for­tuna. Ed ha fre­gato un bel po’ di soldi a qual­che repor­ter di car­riera, che giu­sta­mente si sente messo in peri­colo (mone­ta­rio) dalle mini-tecnologie. Poi il pro­blema dell’attendibilità della noti­zia viene rele­gato in un tra­fi­letto in fondo al’articolo. Ci credo che que­sto gior­na­li­sta ha paura di Twit­ter. Per Fra­Dol­cino: la ten­denza va nella dire­zione oppo­sta; la gente pagherà sem­pre per ciò che gli inte­ressa. Ale081

open your eyes

I com­menti sopra ripor­tati for­ni­scono chiare indi­ca­zioni su quali siano i temi e le aree di miglio­ra­mento che i let­tori si atten­dono per con­ti­nuare a for­nire loro un [buon] motivo per acqui­stare infor­ma­zione degna di que­sto nome.

Il cosid­detto web 2.0 è fatto di inte­ra­zione che, come noto, in ter­mini di comu­ni­ca­zione è fatta di ero­ga­zione ma anche, se non soprat­tutto, di ascolto, di scam­bio. [#]

Gli ele­menti che i mezzi di comu­ni­ca­zione digi­tale for­ni­scono quo­ti­dia­na­mente sono chiari e pun­tuali sulla dire­zione che il pub­blico di rife­ri­mento, i let­tori, si attende. E’ ora che edi­tori e addetti ai lavori ascol­tino. Adesso o mai più.

[#] Quasi due anni fa scrissi un arti­colo dal titolo “Que­sto blog non è mio” magari pros­si­ma­mente lo ripro­porrò vista la morte digi­tale degli archivi che mi ospi­ta­vano al tempo.

Posted on 25 giugno 2009 by Pier Luca Santoro

Newsmaking & Troian Marketing

Le noti­zie sono un pro­dotto come qual­siasi altro la cui mate­ria prima è la massa infi­nita e informe di acca­di­menti che carat­te­riz­zano la vita sociale e i cui con­su­ma­tori sono un insieme di per­sone diverse che vogliono sia sod­di­sfatta un’esigenza i cui con­torni non sono chia­ra­mente defi­niti. Secondo le teo­rie più accre­di­tate i media rispon­dono a uno strano mix di biso­gni (infor­ma­zione, iden­tità per­so­nale, inte­gra­zione sociale e intrat­te­ni­mento) diver­sa­mente decli­nati e misce­lati nella mol­ti­tu­dine ete­ro­ge­nea dei con­su­ma­tori. Per que­sta ragione e per ragioni eco­no­mi­che il gior­na­li­smo è impron­tato a una pro­spet­tiva prin­ci­pal­mente pra­tica sugli eventi, fina­liz­zata a rias­sem­blarli rapi­da­mente e darne valu­ta­zioni sem­plici in maniera capace di intrat­te­nere il pub­blico e di fidelizzarlo.

"La Repubblica" - 24.02.2009 -

“La Repub­blica” — 24.02.2009 —

Per con­ti­nuare a leg­gere il seguito, se d’interesse, click on image.

Posted on 24 giugno 2009 by Pier Luca Santoro

La simulazione

Nell’ inserto di lunedì 22 giu­gno il “Cor­riere della Sera” dedica sia la coper­tina che le suc­ces­sive due pagine interne all’annosa que­stione rela­tiva alle news on line a paga­mento.

Com­ples­si­va­mente la linea del Cor­sera appare pro­pen­dere per una posi­ti­vità rispetto alla effet­tiva pos­si­bi­lità che vi sia ade­sione da parte di un numero suf­fi­ciente di per­sone a pagare le noti­zie dei quo­ti­diani on line. A soste­gno dell’ipotesi viene citato, in par­ti­co­lare, uno stu­dio di Boston Con­sul­ting Group che dimo­stre­rebbe [il con­di­zio­nale è d’ obbligo poi­ché nell’articolo – sigh! — non vi è il link allo stu­dio e nep­pure sul sito della società di con­su­lenza vi si trova trac­cia] come la metà dei navi­ga­tori sia dispo­sta a com­prare un quo­ti­diano in rete anche se a prezzi deci­sa­mente ridotti rispetto alla ver­sione cartacea.

Ho dun­que imma­gi­nato, per amor di ragio­na­mento e per appor­tare con­cre­tezza al dibat­tito su que­sto tema, di svi­lup­pare una ipo­tesi, una simu­la­zione, su quanto com­ples­si­va­mente possa por­tare alle affa­mate casse degli edi­tori que­sta ipo­te­tica area di business.

Per sem­pli­cità e sin­tesi con­cen­triamo il ragio­na­mento sul sito del quo­ti­diano in questione.

Sulla base dei dati dispo­ni­bili rela­tivi al sito del Cor­sera che ripor­tano 850mila [853mila per l’esattezza] visi­ta­tori unici gior­na­lieri, ed appor­tando le oppor­tune tara­ture al 43% di dispo­ni­bili a pagare i con­te­nuti ripor­tati dallo stu­dio pre­ci­tato, azzar­de­remo una simu­la­zione su quale potrebbe essere il ricavo lordo della testata in questione.

Come sa chiun­que abbia effet­tuato ricer­che di mer­cato [si segnala, in par­ti­co­lare, il repeat buy­ing inten­tion trial test] è risa­puto che tra il dichia­rato e l’effettivo acqui­sto vi è un gap signi­fi­ca­tivo; ipo­tiz­ze­rei dun­que che in realtà coloro che pro­ce­dano real­mente ad acqui­stare arti­coli on line pos­sano essere il 10% dei visitatori.

In sin­tesi, quindi:

Cor­sera on line

850.000 x 10% = 85.000

85.000 x 0,20€ [ipo­tesi di prezzo d’acquisto uni­ta­rio] = 17.000 €/die

17.000 €/die x 30 giorni = 510.000 € men­sili = 6.120.000 € di ricavo lordo annuo.

Cor­sera ver­sione cartacea

500.000 copie x 1 € = 500.000 €/die

500.000 € x 30 giorni = 15.000.000 € men­sili = 180.000.000 € di ricavo lordo annuo.

Dun­que 6.120.000 € vs. 180.000.000 € sono il 3,4% in più – ammesso che si som­mino effet­ti­va­mente ai pre­e­si­stenti – di ricavi lordi all’anno.

Il 3,4% lordo è, a mio avviso, un ordine di gran­dezza che non giu­sti­fica né il dibat­tito, le riu­nioni ed il pro­clami sul tema né il rischio col­le­gato all’imma­gine di marca che tali pro­clami pro­vo­cano e pro­vo­che­reb­bero al riguardo sul web.

Il 3,4% lordo, sem­pre a mio parere ovvia­mente, è una mar­gi­na­lità che può – e deve – essere recu­pe­rata ampia­mente con inter­venti mirati sulla filiera della distri­bu­zione edi­to­riale e dell’organizzazione interna alle imprese del settore.

Change

Se avessi dovuto seguire sino in fondo il mio istinto avrei sti­mato una redemp­tion degli acqui­sti on line infe­riore rispetto a quella che poi ho uti­liz­zato per effet­tuare i con­teggi. Credo, comun­que, che anche a livelli diversi il gap tra “carta vs on line” sia tal­mente ampio da non infi­ciare sul ragio­na­mento com­ples­sivo. Ovvia­mente come avviene in tutte le simu­la­zioni di sce­na­rio si tratta di una ipo­tesi di lavoro, se ave­ste dati più pre­cisi e/o opi­nioni diverse, sarà un pia­cere – come sem­pre – acco­glierle e con­fron­tarsi al riguardo.

Si segnala, infine, che “a pre­scin­dere dal canale e dal mezzo” la qua­lità vende.

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